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mercoledì 24 agosto 2016

D'Annunzio: la superstizione dei numeri e dei giorni

Fin dai tempi degli studi al collegio manifestò la "superstizione assidua" attraverso il culto dei numeri e dei giorni...
La sacralità del numero è retaggio di credenze primitive per le quali non era simbolo astratto ma legato all'immagine degli oggetti; i numeri più conosciuti e individuati con un nome non andavano, nell'antichità, oltre la decina e avevano valore magico-mistico.
Tale credenza nacque dalla contemplazione del cielo, congiunta quindi all'astrologia.
D'Annunzio credette alla magia dei numeri: il suo preferito era l'11; seguivano nell'ordine il 9, il 7, prediletto letterariamente, il 21 e il 27, multipli di 7 e 9.
Informò il medico personale che nel mito persiano "Asuman è  il demone presedente a tutto quel che accade il Ventisette di ogni mese: XXVII".
Citava spesso, superstiziosamente, quelli che chiamava "ventisette sette": "i 7 doni dello Spirito Santo, i 7 colli di Roma, i 7 savii,  i 7 dormienti, i 7 cieli, i 7 pianeti, le 7 stelle,  le 7 meraviglie, le 7 bellezze, i 7 sacramenti, i 7 peccati, i 7 dolori, le 7 chiese, i 7 candelabri, le 7 piaghe, i 7 spiriti, i 7 occhi, i 7 a Tebe, le 7 porte di Tebe, i 7 colori, i 7 giorni, le 7 vacche grasse, le 7 vacche magre, le 7 Pleiadi, le 7 virtù, le 7 arti ed i 7 libri delle Laudi".
Dopo aver corretto in 9 il numero 7 di una pagina sbagliata del tomo quarto delle opere di Crisostomo, patriarca di Costantinopoli, D'Annunzio ebbe un'inquietudine "superstiziosa quasi ondeggiando fra le nove Muse e i sette doni dello Spirito Santo e i sette colli e i sette savii e i sette dormienti e i sette cieli e i sette pianeti  e le sette stelle e le sette meraviglie e le sette bellezze. ...".
Detestò i numeri pari; nel 1921 affermò "che la ventisettesima legislazione italiana sarebbe stata la migliore perché "sette più due, uguale a nove; nove, uguale a tre moltiplicato tre".
Non volle mai che alla sua mensa sedessero in dodici come gli Apostoli, al fine di evitare la presenza di qualche Giuda.
Per la stessa ragione non scrisse il numero 13, ma 12 + 1 e datò il 1913, 1912 + 1.
Il figlio Mario diede la spiegazione: " Il numero 13 viene dopo il numero prefetto di 12 (un ternario moltiplicato per un quaternario) rappresenta pur esso la morte dopo le fatiche della vita.
E la credenza, ancor oggi assai diffusa, che l'essere 13 a tavola porti sfortuna al più giovane commensale ha origine dal fatto che quando alla prima Pasqua d'Israele, si trovarono insieme convitati i rappresentati delle tredici tribù per la spartizione dei frutti della terra promessa, una di queste tribù fu in seguito sterminata; e fu quella di Beniamino, il più giovane dei figli di Giacobbe".
Allo stesso modo del numero 13, ritenne funesto il venerdì.
Mario D'Annunzio scrisse di aver letto in una polverosa storia della magia, che "il venerdì - giorno consacrato a Venere - era considerato dagli antichi giorno funesto perché ricorda i misteri della nascita e della morte.
In questo giorno, presso il popolo ebreo, non s'inizia niente, ma si ultimava invece tutto il lavoro della settimana in quanto il venerdì precede il sabato che è - in luogo della domenica cristiana - il giorno del riposo obbligatorio per gli israeliti".
Tratto da " D'Annunzio e l'occulto" di Attilio Mazza

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