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lunedì 19 febbraio 2018

Cartesio e la sua fantasia dell'orologio


Con Cartesio iniziò ciò che Jung definì "quella stupida fantasia dell'orologio", per cui Dio ha creato una volta per tutte il mondo, e questo fa allora fa tic tac, meccanicamente, come una combinazione di materia morta.
Cartesio fondò espressamente la sua idea meccanica della casualità sul fatto che dio manterrà sempre le sue regole, create un tempo e quindi non può più essere creativo.
...(era) la ratio dello scienziato favorita dal pregiudizio che la materia sia morta è governata solo da leggi meccaniche, mentre quelle non ancora scoperte erano accolte in un alone di mistero.
Dov'era però la psiche, l'Anima mundi? Perlopiù la sua esistenza fu semplicemente negata e ciò che rimaneva era l'Io conscio, sul quale l'Io dei diversi pensatori elaborava le sue teorie: Cartesio lo identifica con la funzione-pensiero (cogito, ergo sum), altri (Spinoza, Hegel) con l'intuizione.
Si dibatteva per situare in qualche organo corporeo - l'equivalente degli dei di un tempo - la sede della psiche: la ghiandola pineale per Cartesio, la circolazione del sangue, il cervello e così via, e poiché non si trovava mai l'anima, si perse l'interesse a tali questioni.
Inesorabile giunse poi la vendetta della dea madre trascurata, nel concretismo sempre crescente del pensiero scientifico e persino religioso.
La realtà dell'anima e la fede cristiana fu fatta a pezzi, dapprima nell'ambito protestante, oggi, in modo crescente, anche nel cattolicesimo.
Ha apertamente trionfato la tesi di Sigmund Freud, oggi accettata di buon grado dai teologi di entrambe le confessioni, secondo la quale la religione è un'illusione complessuale e nevrotica.
Dell'Anima mundi ne esiste ancora un residuo nella credenza superstiziosa nei demoni o nelle "anime d'animali", che possono ossessionare certi uomini (le persecuzioni delle streghe), ma essa fu integralmente "demonizzata" o contrastata senza riserve anche da Freud che mise in guardia Jung dalla montante "marea di occultismo".
Tratto da "Psiche e materia" di Marie Louise von Franz

venerdì 16 febbraio 2018

La psiche e il Cristianesimo


La maggior parte di ciò che oggi definiamo psiche era spostata fuori dell'individuo, nella materia cosmica animata e consisteva d'una molteplicità di componenti separate, in parte persino contrastanti: di diverse sostanze chimiche provenienti dagli dei, di dei o demoni astrali, dei degli organi del corpo o dei di diversi sostanze chimiche.
Quel che chiamiamo inconscio collettivo non fu mai psichico nel senso moderno della parola; è stato sempre proiettato nello spazio cosmico extrapsichico.
L'uomo s'è protetto addirittura, con simboli e riti religiosi, da un'esperienza interiore della psiche oggettiva.
Solo oggi troviamo l'inconscio collettivo al livello dell'esperienza intrapsichica originaria un processi puramente psichici; prima l'Io cosciente dell'uomo era il campo d'integrazione dei più vari influssi di questi dei e solo a poco a poco si configurò un problema morale relativo al comportamento dell'uomo nei confronti di queste potenze.
L'espansione del cristianesimo comportò, in questa situazione, in primo luogo un progresso etico, una differenziazione del senso morale, e nell'insieme addirittura una diminuzione del livello di spirituale e scientifico dell' uomo di allora.
La pluralità degli dei nell'anima dell'individuo divenne per la prima volta un problema.
Il monoteismo dell'Antico Testamento e l'idea del Cristo interiore come unico uomo richiedevano dal singolo una presa di posizione morale verso gli influssi contrastanti delle sue molteplici anime di animali e spiriti divini.
Il grande padre della Chiesa Origene intraprese l'interpretazione psicologica in chiave simbolica di molti passi del Nuovo Testamento.
Molti eventi miracolosi, descritti in esso, non sono da intendersi, a suo avviso, in senso letteraralmente concreto, bensì come simboli che illustrano l'azione di Dio.
Molti miracoli, attestati dal Nuovo Testamento, secondo Origene non avvenivano concretamente, bensì un forma di sottile realtà spirituale.
Cristo appariva "in una dimensione intermedia, tra le cose create e increate".
Questo strato intermedio di realtà spirituale corrisponde in Origene, per molti aspetti, all'anima pneumatica universale degli Stoici.
Tratto da "Psiche e materia" di Marie Louise von Franz

lunedì 12 febbraio 2018

La psiche e il razionalismo d'illuminismo


Alcuni sofisti greci non tradussero le antiche figure divine nell'ermeneutica di nuovi simboli inerenti la psiche e la materia, ma le dichiararono semplicemente non esistenti (everismo).
Era questa la nascita d'un razionalismo illuministico, che ancora oggi ci dà da riflettere, cioè di una dedivinizzazione e depsichizzazione del mondo.
La motivazione soggiacente a tale modo di pensare è l'angoscia che si prova in un mondo "illuministico", noto.
Il secondo motivo è l'istinto di potenza, poiché la volontà di sapere tutto esattamente è una volontà di potenza - unito al desiderio di stabile sicurezza contro tutto ciò che è inatteso e irrazionale.
L'antico illuminismo dei Sofisti ebbe un successo scarso e di breve durata e non seppe cancellare la religiosità dell' uomo di allora, ma rimase ancora tenacemente attaccato a un solo luogo; bella polemica religiosa di Filone e specialmente dei primi apologeti cristiani contro le altre religioni, smascherate con scherno e sarcasmo illuministici come illusioni e favole per femminucce.
Ciò è connesso al dominio dell'elemento patriarcale nell'ambito spirituale giudaico-cristiano, a una certa aggressività e intolleranza del pensiero religioso.
Poiché l'elemento femminile non era contenuto nella Trinità divina, il principio femminile rende percepibile la sua presenza nella visibile Mater Ecclesia in modo più intollerante e in forma tanto rigida.
Proprio per il fatto che la materia non era più inserita nella totalità divina, nacque un concretismo compensatorio, materialistico, quasi fosse una vendetta dell'archetipo materno rimosso.
Nel Medioevo tutto ciò era ancora più primitivo e rozzo: allora i papi lottavano apertamente per denaro e terreni.
La precedente Alleanza tra spirito-padre e madre-materia era fallita: lo spirito si irrigidí in una presunzione dogmatica e ossessionata dal potere e la materia si irrigidí nel dominio d'un atteggiamento concertistico materialistico.
Tratto da "Psiche e materia" di Marie Louise von Franz

venerdì 9 febbraio 2018

Gli orologi ad acqua e fuoco

Sembra che i caldei o gli Egizi abbiano inventato l'orologio ad acqua: qui l'acqua scorre da un contenitore posto in alto in uno posto in basso, contrassegnato da indicatori graduali.
L'orologio ad acqua era diffuso già nell'antichità classica.
Intorno al 100 a.C. ne fu eretto uno al mercato di Atene per indicare ufficialmente il tempo.
Ad Atene e a Roma si usavano orologi ad acqua nel foro, per limitare il tempo concesso per parlare.
In Europa e in Asia Minore furono usati orologi ad acqua nel Medioevo.
Le clessidre, basate sullo stesso principio, erano meno esatte, e il loro uso iniziò dopo il 1400.
Il fuoco era, accanto all'acqua, un simbolo di energia cosmica usato anch'esso per la misurazione del tempo.
L'arabo Al-Yazari, nel suo trattato del 1206 d.C., descrive un orologio a fuoco: una candela che bruciava per tredici ore.
C'erano tredici piccole sfere, poste in altrettante cavità, che, raggiunte dalla fiamma della candela, cadevano, mettendo in movimento una piccola figura, che smorzava lo stoppino.
La misura del tempo mediante il fuoco era particolarmente usata dai Cinesi: si distribuiva una polvere infiammabile in un labirinto quadrato o rotondo e la si accendeva a un'estremità, così che bruciasse come una miccia.
Al centro erano poste spesso espressioni come "lunga vita" o "doppia fortuna" e persino sassolini, che cadevano quando venivano raggiunti da fuoco, fungendo da sveglia.
Tratto da "Psiche e materia" di Marie Louise von Franz

lunedì 5 febbraio 2018

La leggenda del calzolaio Jacquot

Fra le numerose leggende nate intorno all'effetto procurato dall'incontro con la cattedrale di Notre Dame, si deve ricordare quella di un certo Jacquot, calzolaio, che si incamminò per vedere di persona la meraviglia di cui tutti parlavano, per l'appunto Notre Dame di Parigi.
Raggiunta la città verso il tramonto, riuscì infine a entrare nella cattedrale, emozionato e attento.
Dapprima, nella penombra vide poco o nulla, poi cominciò a osservare la luce colorata delle vetrate cercando di ravvisarne il disegno.
All'improvviso dalle vetrate del transetto settentrionale gli venne incontro una figura di evangelista, lasciandolo sorpreso e terrorizzato.
L'apparizione gli avrebbe detto:"La luce e il colore che puoi vedere dono espressioni della tua stessa anima. Guarda dentro di te e troverai ancora più colore e ancora più luce".
Jacquot, in seguito a questa singolare esperienza, si sarebbe fatto eremita nella foresta di Brocèliande, in Bretagna, che nei tempi arcaici fu residenza del mago Merlino, ponendosi così in contratto con la tradizione mistica celtica.

venerdì 2 febbraio 2018

La luce e le vetrate delle cattedrali gotiche


Le vetrate istoriate avevano la funzione di mostrare alla gente semplice che non conosceva le Sacre Scritture ciò in cui doveva credere.
Esse erano in grado di creare all' interno delle cattedrali un'atmosfera calda, luminosa e radiosa, che era accresciuta e completata dalla decorazione pittorica.
È sottintesa in tutto ciò una mistica della luce..
La luce è un attributo di Dio e ne trasmette il Verbo ai credenti.
La sua trasparenza è un miracolo, perché la luce è materia ma, a differenza di ogni altra sostanza, è capace, come Dio stesso, di attraversare i corpi senza spezzarli.
La chiesa deve essere di una luminosità abbagliante come il paradiso, perché la luce divinizza e conferisce bellezza.
Una luminescenza diffusa può essere percepita perfino di notte nelle abbazie cistercensi e nelle cattedrali che hanno conservato le vetrate originali.
A Chartres o a Notre Dame di Parigi i rossi, i gialli, i blu brillano nell'oscurità, quasi fossero proiezioni o manifestazioni indipendenti della luce fisica.
I colori illustrano le rappresentazioni della storia sacra, le immagini del Redentore, della Madonna e dei santi e mostrano una grande capacità di suggestionare i visitatori delle cattedrali.
L'impatto emotivo prodotto dalla cattedrale sul pellegrino era notevole: egli, ancora prima di comprendere la struttura, percepiva immediatamente di trovarsi a contatto con una manifestazione della divinità.
È come se le vetrate ardessero di un proprio fuoco, simile al "fuoco filosofico" che alimenta le fasi della "Grande Opera" alchemica; come se manifestassero gli stessi colori che i discepoli di Ermete distinguevano durante i loro procedimenti segreti.
I colori di per se emanano energia.
Recenti ricerche hanno dimostrato che le acque delle sorgenti "miracolose" di alcuni santuari come Lourdes, alle quali sono attribuite proprietà curative, contengono tutto lo spettro dei colori, mentre l'acqua proveniente dalle falde vicine non ha né l'intero spettro cromatico ne le qualità curative.
Per tutti questi motivi i vetrai erano considerati come gentiluomini e quindi ammessi a portare la spada, non certo perché dovessero risultare di nobili origini, ma per la nobiltà riconosciuta alla loro opera.
Tratto da "I segreti delle cattedrali' di Antonella Roversi Monaco

lunedì 29 gennaio 2018

I superstiti dei Templari e Giovanna d'Arco


Molti cavalieri riuscirono a sfuggire all'arresto: le grotte di Jonas nei pressi del Puy de Dome avrebbero offerto asilo ai nemici dell'ordine che si erano dati alla macchia.
Si tratta di una sessantina di grotte usate come santuario dai Celti, che i templari avrebbero abitato e in parte modificato per renderle un rifugio adatto.
In Spagna i templari furono autorizzati a trasferirsi in massa nell'ordine di Calatrava, d'origine cistercense, e non sarebbe strano se vi avessero portato sia i documenti del Tempio sia i beni rimasti.
In Portogallo conservarono le loro insegne, il mantello bianco e la croce templare confluendo nell'ordine di Cristo: una semplice trasformazione del nome.
In italia e in Germania semplicemente non si ritenne di dover procedere contro di loro e andarono assolti.
In Scozia una tradizione massonica riconduce le proprie origini ai diretti insegnamenti di cavalieri restati liberi.
Lungo i secoli può essersi quindi perpetuata e trasformata la dottrina del Tempio.
Anche la figura di Santa Giovanna d'Arco è stata messa in relazione con i templari.
Da uno di loro, Jean d'Aulon, templare celato sotto le mentite spoglie di scudiero, sarebbero giunte le istruzioni che la Pulzella avrebbe poi raccontato come se fossero sue visioni e che la indussero a prendere le armi per il riscatto della Francia.
Giovanna si recò a Chinon, nel territorio adibito a prigione dei templari che ne avevano decorato le pareti con graffi simbolici, per incontrare il Delfino che era l'erede, ma non il discendente, di Filippo il Bello.
Ella gli avrebbe rivelato la sua appartenenza al Tempio, comunicandogli inoltre l'ottenuto "perdono" da parte dell'ordine e incoraggiandolo a combattere il re d'Inghilterra (che invece di Filippo era discendente diretto).
La sua fine sul rogo assomiglia a quella di Jacques de Molay: al pari di lui fu torturata, giudicata da un tribunale d'inquisizione e condannata alla fine come eretica, dopo aver ritirato le confessioni rese.
La dottrina del Tempio fu conservata e trasmessa grazie agli stessi segni di riconoscimento che erano propri ai Franchi Muratori, come il gergo.
Tratto da "I segreti delle cattedrali" di Antonella Roversi Monaco