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venerdì 31 marzo 2017

La figura spirituale di Paracelso


A meno che non si posseggano cognizioni speciali sulla situazione spirituale del tardo Medioevo la figura spirituale di Paracelso deve necessariamente apparire a un uomo moderno estremamente oscuro ed intricato.
Paracelso nonostante la sua stima per Lutero e tutto il suo paganesimo filosofico, morì da buon cattolico.
Apparteneva chiaramente a quella categoria di persone che tengono l'intelletto e il sentimento in due scompartimenti separati, cosicché possono pensare  con il loro intelletto in piena libertà, senza correre il pericolo di contrastare la loro fede sentimentale.
Le cose divengono più facili quando una mano no sa quello che fa l'altra.
E come sotto l'egida della Chiesa rinacque il ridente paganesimo dell'arte, così dietro il sipario della filosofia scolastica, in una reincarnazione del neoplatonismo e della filosofia naturale, rinacque l'antico paganesimo dello spirito.
Vi era in ispecie l'umanista Marsilio Finicio, il cui neoplatonismo esercitò una notevole influenza su Paracelso.
Nulla mostra meglio lo stato d'animo esplosivo, tumultuoso e proteso verso l'avvenire di quest'epoca quanto il motto del libro De incertitudine et vanitate scientiarum (1527) Agrippa di Nettesheim:
Nullic hic parcet Agrippa
contemnit, scit, nescit, flet, ridet,
irascitur, insectatur, carpit omnia,
ipse philosophus, daemon, heros, deus et omnia.
A nessuno persona qui Agrippa, sprezza, sa, non sa, piange, ride, s'adira, schenisce, ogni cosa fa sua, filosofo, demonio, eroe, dio e tutto.
Era sorta un'èra nuova, si avvicinava minaccioso il crollo dell'autorità della Chiesa cristiana e svaniva così la certezza metafisica dell'uomo gotico.
Paracelso fu un ribelle irriducibile la sua terminologia filosofica fu così personale e arbitraria da superare per molti versi in stravaganza e oscurità le gnostiche Parole della Potenza.
Supremo principio cosmogonico, il suo gnostico "Demiurgo" era l'yliaster o hyaster, ibrido neologismo da hýle (materia) e astrum (astro).
Lo si potrebbe tradurre con "materia cosmica".
Esso è qualche cosa come l'hen (uno) di Pitagora e di Empedocle o come l'heimarméne (destino) degli stoici, la concezione di una materia o forza primordiale.
La coniazione di questo termine mezzo greco e mezzo latino corrisponde alla stile del tempo e costituisce il rivestimento dottrinale di un'idea primordiale che aveva già dato da fare ai presocratici, quantunque non sia detto che Paracelso l'abbia ereditato da loto.
In diretto contrasto col pensato cristiano, il supremo principio di Paracelso è un concetto nettamente materialistico.
Solo secondariamente appare in lui qualcosa di spirituale, quell'anima mundi che è derivata dalla materia, l'ideos o ides, il mysterium magnum o limbus maior, essere spirituale, invisibile e inafferrabile.
In esso ogni cosa è contenuta nella forma delle idee platoniche, quali archetipi: idea questa che Paracelso dovette derivare da Marsilio Finicio.
Limbo è un cerchio.
Il mondo concepito animisticamente vivente è il cerchio maggiore; l'uomo è il limbo minore, il cerchio minore.
Egli è il microcosmo.
Perciò ogni cosa è dentro come fuori, sotto come sopra.
In tutte le cose, nel cerchio maggiore e in quello minore, domina una corrispondenza; concetto questo che a sbocca nell'idea di Swedenborg di un homo maximus, gigantesca antropomorfizzazione dell'universo.
Tuttavia nel concetto più primitivo di Paracelso l'elemento antropomorfico non c'è.
L'uomo è per lui, come il mondo, un aggregato materiale animato.
Il pensiero di Paracelso conserva il carattere animistico del pensiero dei primitivi la sua natura è ancora brulicante di streghe, incubi, succubi, demoni, silfidi, ondine.
Egli è ancora un animista, per la primitività del suo spirito; eppure è già un materialista.
La materia, con la sua assoluta divisibilità spaziale è la nemica più naturale di quella concentrazione del vivente che è l'anima.
Presto sarà finito il mondo delle ondine e delle sifilidi e soltanto nell'epoca dell'anima verrà celebrata la loro resurrezione e allora desterà meraviglia come si siano potute dimenticare verità tanto antiche.
Tratto da "Realtà dell'anima" di C.G. Jung

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