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venerdì 21 ottobre 2016

Il "sigillo" di D'Annunzio

In alcune pagine Gabriele D'Annunzio amò ricordare la sua iniziazione ai misteri: "Sul dorso del pollice sinistro, fin dall'infanzia ho il contrassegno indelebile della mia nativa alterezza.
E di questo sigillo mi piaccio perché tanto piace a mia madre che sa chiudere alteramente in sé quello che non può appartenere se non a lei sola...
Ogni volta ella mi cerca sul dosso del pollice la cicatrice e me la guarda in silenzio con un sorriso che merita anch'esso i caratteri di quella stele egiziaca".
Il sigillo era una ferita procuratasi a nove anni aprendo con un coltello "a scrocco" un frutto di mare donatogli sulla banchina da "un mozzo ortonese mio stregato".
La "commessura delle valve" era tanto serrata che nell'impazienza, scrisse, la lama guizzò "e la punta mi si conficcó nella mano che teneva fermo il guscio ostico [...] E la ferita improvvisa, e la vista del sangue, e lo splendore del mio sangue, e la mia stessa costanza, e la mia stessa incuranza m'ingrandivano. Ed era la prima volta ch'io sentivo  con tanta solitudine il mistero del mio corpo, il mistero del mio spirito, l'elezione della mia nascita".
Le considerazioni sul subconscio di Gabriele D'Annunzio e la sua attività psichica:
"Certamente intensa e fervida".
Lo stesso poeta accennò al "terzo luogo" dovd nasce la poesia, e al "terzo occhio" che gli consentì di vedere oltre la realtà, concludendo che molte delle sue immaginazioni e delle sue invenzioni sorgono dall'oscurità.
Egli culturalmente vorace non tralasciò sicuramente l'aspetto della psicologia del profondo.
L'indagine sulla straordinaria capacità divinatrice di Gabriele D'Annunzio è strettamente connessa con le ricerche e con le esplorazioni su tutti gli altri poteri psichici, poiché la virtù profetica, tutta propria di uno spirito di eccezionale potenza, non può essere che il prodotto di tutte le interiori forze, insieme integratesi, e pure tutte insieme, esprimenti quel tutto che è  l'essenza del genio.
La pagina de L'Armata d'Italia, opuscolo pubblicato nel 1888, in cui D'Annunzio, riferendosi  ai compiti che in futuro sarebbero stati affidati alle torpediniere, descrisse con trent'anni di anticipo "nei suoi più minuti ed  esatti particolari, l'affondamento della corazzata austriaca "Santo Stefano", avvenuto nell'Adriatico per opera del "Mas" del Comandante Rizzo.
Una premonizione di quella che sarà la terza fase della sua "inimitabile" vita poeta-soldato, eroe della Grande Guerra e comandante a Fiume...
Tratto da " D'Annunzio e l'occulto" di Attilio Mazza

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