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lunedì 10 ottobre 2016

Pietre, amuleti, culti... volo dell'Arcangelo di D'Annunzio

Considerò lo smeraldo pietra portafortuna, luce verde dal significato esoterico e dal potere rigeneratore.
Per gli alchimisti era la pietra di Mercurio - il greco Hermes -, messaggero degli dei, grande Psicopompo che conduceva le anime nell'oltretomba e, in casi eccezionali, le riconduceva dall'Ade alla luce del mondo.
Nelle tradizioni popolari medievali era pietra assai considerata per poteri benefici; importante l'uso in stregoneria.
Era il simbolo del mistero e della conoscenza segreta, ritenuto talismano tra i più potenti in quasi tutto il mondo.
Assai cari furono a D'Annunzio gli smeraldi che gli ricordavano la grande attrice Eleonora Duse, di cui due gli furono posti alle dita sul letto di morte.
Il poeta attribuì il valore "medianico" del verde al dio Mercurio, sotto forma di smeraldo o di "moli", erba verde favolosa che la maga Erme diede a Ulisse perché efficacissima contro gli incantesimi di Circe.
D'Annunzio Avrebbe voluto essere egli stesso alchimista; e lo fu, almeno nell'immaginazione, come nella lettera con cui accompagnò il dono di cinque granati a Luisa Baccara: "Cara piccola amica, stanotte è avvenuto un miracolo. Prima di coricarmi, sono andato a vedere se il sangue, nel suo crogiuolo, fosse nel secondo stadio per diventar granato.
I granati erano perfetti! Il domestico mi ha raccontato di aver sentito il fuoco ruggire...."
Nelle missioni aeree di guerra, a invocare protezione, ebbe sempre con se alcuni amuleti, come egli stesso scrisse: "I talismani erano nella tasca dalla parte del cuore: il vecchio anello di mia madre, che porta per gemma un piccolo teschio consunto tra due tibie, e la palla esplosiva che il 7 agosto si conficcó nel legno della carlinga in prossimità del mio gomito".
Ebbe il culto del solstizio d'estate che segna l'apogeo del corso solare e per questo considerato festa del sole: lo celebrò sempre "con una nuova conquista muliebre".
Detestò invece il mese di febbraio perché generalmente piovoso e nebbioso e perché di esso - affermò - "la caligine mi opprime l'intelletto".
Credette pure nei poteri delle persone, iettatrici o portafortuna.
Nel maggio 1913 scrisse al segretario Antongini da Arcachon: "Sono da qualche tempo sotto l'influsso di non so quale jettatore landese incognito...."
Sua grande protettrice ritenne la madre  dopo il trapasso avvenuto il 27 gennaio 1917.
La sentì vicina a se, protettrice dal cielo.
Il 13 agosto 1922 D'Annunzio cadde da una finestra della stanza di musica e battè la testa sull pietra del sottostante marciapiede, rimanendo per 12 giorni privo di conoscenza fra la vita e la morte.
L'episodio da lui ricordato come il "volo dell'Arcangelo" rimase circondato da mistero. 

Poco prima di questo "volo" un fotografo ritrasse il comandante al tavolo di lavoro.
Riguardando la fotografia qualche tempo dopo lo scampato pericolo, D'Annunzio  vi scorse uno strano particolare sfuggitogli in precedenza: una mano che gli sorreggeva il volto.
Volle riconoscervi quella della genitrice dall'anello che portava abitualmente all'anulare.
Tratto da " D'Annunzio e l'occulto" di Attilio Mazza

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