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lunedì 20 marzo 2017

Paracelso dati storici e non solo...


Il 10 novembre 1493 vide la luce quell'uomo singolare che fu Filippo Aureolo Bombast von Hohenheim, detto Teofrasto Paracelso.
Nato sotto il segno dello Scorpione che secondo un'antica tradizione, favorisce i medici, coloro che amministrano veleni e farmaci.
Signore dello Scorpione è Marte, orgoglioso, bellicoso, che dà ai forti il coraggio guerriero e ai deboli un carattere litigioso e bilioso.
E in verità la vita di Paracelso non smentì l'oroscopo.
Se ora passiamo dal cielo alla terra nel considerare questa nascita, vediamo la sua casa paterna presso Einsiedeln, chiusa in una valle incassata, solitaria è coperta da boschi ombrosi: tutto attorno alte e cupe montagne serrano i passi e le umide terre di questo malinconico romitaggio.
Si presentano vicine le più alte vette delle Alpi.
La potenza della terra è qui più forte che l'arbitrio dell'uomo; essa lo trattiene paurosamente nelle sue gole e lo piega al suo volere.
Qui dove la natura è più grande dell'uomo, nessuno può sfuggirle.
Pare quasi che la freschezza delle acque, la fermezza delle rupi, la nodosità e tenacia delle radici dei boschi, l'asprezza dei pendii, concorrano a formare nell'anima di chi nasce in quei luoghi qualche cosa che continuerà ad agire inesorabilmente per tutta la vita, traducendosi in quella ostinatezza, fermezza, pesantezza e orgoglio naturale.
Pare che Paracelso abbia derivato il suo carattere più dal padre Sole e dalla madre Terra che non dai suoi genitori carnali.
Suo padre era figlio illegittimo di Georg Bombast von Hohenheim, gran maestro dell'ordine dei Giovanniti o di Malta, non era svizzero ma svevo.
Paracelso nato entro la cerchia alpina, nel grembo di una terra possente che indipendentemente dal suo sangue lo fece proprio, venne  mondo come svizzero...
Il padre aveva invece una natura complessa.
Si intuisce la tragedia spirituale del bastardo: cupo e solitario fuorilegge che, disdegnando la propria patria, si rinchiude nella solitudine della vallata boscosa.
Nulla agisce più fortemente sui figliuoli che la vita non vissuta dei genitori.
Si comprendono pertanto le reazioni che sul giovane Paracelso avrà esercitato un tale padre.
Questo foglio devoto dovrà saldare col destino u conti che il padre aveva lasciato aperti. Così nel foglio ogni rinuncia paterna si tramuterà in orgogliosa rivendicazione.
L'amarezza e l'invincibile senso d'inferiorità del padre faranno del figlio un vendicatore delle ingiustizie da egli subite.
Egli partirà in guerra contro ogni autorità; combatterà tutto ciò che si richiama alla patria potestà e che quindi appare ostile a suo padre.
Conquisterà ciò che il padre ha perduto: il successo, la fama, una vita indipendente nell'ampio mondo.
Per una tragica legge egli deve ritrovarsi anche contro i suoi amici: questa è una conseguenza inevitabile del vincolo fatale che lo lega all'unico amico, al padre; giacché il destino non perdona all'endogamia delle anime.
La natura lo preparò male per la sua finzione di vendicatore;...alto  appena 150 centimetri, aspetto malaticcio, col labbro superiore troppo corto che lascia svoperti i denti e un bacino di tipo femminile.
Non appena fu in grado di portare armi, quell'omiciattolo si cinse di una grande spada, da cui non si separò quasi mai; anche perché nell'elsa della spada nascondeva quelle sue pillole di laudano che rappresentavano il suo segreto.
La leggenda ce lo raffigura come un taumaturgo prodigioso.... vuole ce egli abbia percorso anche l'Africa e l'Asia e che abbia scoperto il segreto più alto.
Non fece mai studi regolari, insofferente come fu di ogni subordinazione e autorità.
Fu figlio delle sue opere e scelse come motto:
Alterius non sit, qui suus esse potest
(Non appartenga ad altri colui che può appartenere a se stesso).
A Basilea lo chiamò medico rinomato, nel 1525, il Consiglio comunale con una di quelle sue decisioni spregiudicate che si sono succedute nei secoli.
Egli ricoprì l'ufficio di medico della città.
Non seppe mai conformarsi ai doveri della carica.
Teneva i suoi corsi nella lingua dei garzoni e delle serve, cioè il tedesco e si faceva vedere per le strade in casacca da operaio anziché in abito confacente al suo incarico.
I suoi colleghi lo odiavano più di tutti e delle sue opere mediche fu detto tutto il male possibile.
A Basilea perdette il suo prediletto amico e discepolo che lo tradì nel vero senso della parola, passando nel campo dei suoi  avversari e fornendo ad essi le armi più velenose.
Presto riprese a viaggiare per lo più povero e spesso ridotto addirittura alla mendicità.
A 38 anni cominciò a rivelarsi nei suoi scritti un mutamento caratteristico: accanto ad argomenti medici apparvero quelli filosofici; la sua nuova attività spirituale meglio sarebbe chiamarla "gnostica".
Tratto da "Realtà dell'anima" di C.G.Jung

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