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venerdì 8 settembre 2017

Newton l'ultimo dei maghi


J.M. Keynes disse:
"Newton non fu il primo dell'Età della Ragione, bensì l'ultimo dei maghi, l'ultimo dei Babilonesi e dei Sumeri, l'ultima mente eccelsa che guardò il mondo visibile e intellettuale con gli stessi occhi di coloro che incominciarono a costruire il nostro mondo intellettuale poco meno di diecimila anni fa...
Perché lo chiamo un mago? Perché guardava all'intero universo e a tutto quanto è in esso come a un enigma, a un segreto che poteva esser letto applicando il pensiero puro a certi fatti, certi mistici indizi che Dio aveva posto qua e là nel mondo affinché la confraternita esoterica potesse cimentarsi in una sorta di caccia al tesoro filosofica.
Egli credeva che questi indizi fossero rintracciabili in parte nei fatti celesti e nella costituzione degli elementi (dal che deriva la falsa impressione che egli fosse un fisico sperimentale), ma in parte anche in certi documenti e tradizioni passati di mano in mano in una catena ininterrotta di iniziati che risaliva fino alla rivelazione originaria, manifestasi a Babilonia in linguaggio cifrato.
Newton considerava l'universo come un crittogramma apprestato dall'Onnipotente, così come egli stesso, corrispondendo con Leibniz, avvolse in un crittogramma la scoperta del calcolo infinitesimale.
L'enigma si sarebbe svelato all'iniziato mediante l'applicazione del pensiero puro e della concentrazione mentale"
Il giudizio di Lord Keynes, scritto verso il 1947, è a un tempo anticonformista e profondo.
Keynes sapeva - noi tutti sappiamo - che Newton non era riuscito nel suo intento, che era stato fuorviato dai suoi ostinati pregiudizi settari.
Ma, come si comincia a scoprire solo ora, dopo due secoli di studi su molte civiltà di cui egli non poteva saper nulla, la sua impresa partecipava veramente dello spirito arcaico.
Ai pochi indizi da lui scoperti con rigore di metodo se ne sono aggiunti molti altri, ma lo stupore rimane, quello stesso stupore manifestato dal suo grande predecessore Galileo.
"Ma sopra tutte le invenzioni stupende, qual eminenza di mente fu quella di colui che s'immaginò di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e tempo?...."
Tratto da "Il mulino di Amleto" di G. di Santillana e H. von Dechend

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