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lunedì 8 luglio 2019

Cabala e neo-platonismo


Si sa che è di moda, negli ambienti universitari, la pretesa di ricollegare la Cabala al neo-platonismo, in modo da diminuirne l'antichità e l'importanza; non viene infatti riconosciuto come principio indiscutibile che ogni cosa non potrebbe provenire se non dai Greci?
Si dimentica che lo stesso neo-platonismo contiene molti elementi che non hanno niente di specificamente greco e che il Giudaismo in particolare aveva, nell'ambiente alessandrino, una importanza tutt'altro che trascurabile, al punto che, se davvero vi furono dei "prestiti", essi si operarono probabilmente in senso inverso.
L'adozione di una dottrina straniera male si concilia con il "particolarismo" che è sempre stato uno dei tratti dominanti delle spirito giudaico.
Il neo-platonismo non rappresenta che una dottrina relativamente exoterica (pur essendo basato su taluni dati d'origine esoterico, essa non ne costituisce che una "esteriorizzazione"), e come tale non ha potuto esercitare un'influenza reale su di una tradizione essenzialmente iniziatica molto chiusa, come è ed è sempre stata la Cabala.
Quest'ultima ragione vale contro la pretesa di ricollegare l'esoterismo islamico allo stesso neo-platonismo; solo la filosofia, presso gli Arabi, è di derivazione greca, come è d'altronde, ovunque lo si trovi, tutto ciò che si può denominare propriamente "filosofia" (in arabo falsafah), e che è come il marchio di questa origine; ma qui non si tratta affatto di filosofia.
Non si vuole contestare che una scienza tradizionale dei numeri sia esistita anche presso i Greci; essa costituì addirittura la base del Pitagorismo, che non è una semplice filosofia, ma aveva anch'esso un carattere propriamente iniziatico.
Tratto da "Forme tradizionali e cicli cosmici" di René Guénon

venerdì 28 giugno 2019

Cabala e Pitagorismo


La base del Pitagorismo non era una semplice filosofia, ma aveva un carattere propriamente iniziatico; ed è questa la fonte, in Platone, non solo di tutta la parte cosmologica della sua dottrina, così come egli la espose in particolare nel Timeo, ma anche della sua "teoria delle idee", che, in fondo, non è altro che una trasposizione, secondo una diversa terminologia, delle concezioni pitagoriche sui numeri, considerati come principi delle cose.
Se dunque si voleva davvero trovare presso i Greci un termine di paragone per la Cabala, si doveva risalire al Pitagorismo.
Cabala e Pitagorismo: siamo in presenza di due dottrine iniziatiche che danno similmente un'importanza capitale alla scienza dei numeri, ma tale scienza viene presentata, da una parte e dall'altra, sotto forme radicalmente differenti.
È perfettamente normale che una medesima scienza si incontri in tradizioni diverse, poiché la verità non potrebbe essere monopolio di una sola forma tradizionale ad esclusione di altre.
In ciò non vi è nulla che implichi una comunicazione più o meno diretta fra due differenti tradizioni, se anche non fosse incontestabilmente più antica dell'altra: non è forse possibile che si attinga una certa verità e che la si esprima indipendentemente da coloro i quali l'hanno già espressa anteriormente e tale indipendenza non sarà tanto più probabile quanto più questa stessa verità sarà, di fatto espressa in una maniera diversa? D'altra parte, bisogna notare che ciò non contraddice affatto l'origine comune di tutte le tradizioni.
Tutto ciò che è "adattamento" può essere considerato proprio di tale o talaltra forma tradizionale particolare e se se ne trova l'equivalente altrove, ciò si deve al fatto che dai medesimi principi si dovevano trarre naturalmente le medesime conseguenze, quale che sia poi il modo speciale in cui possono essere state espresse qua o là.
Le differenze formali saranno tanto più grandi quanto più ci si allontanerà dai principi per discendere ad un ordine contingente.
Le affinità fra forme tradizionali sono dovute ad un certo insieme di condizioni comuni o simili (razza, tipo di linguaggio, modo di vita ecc .) fra i popoli ai quali tali forme rispettivamente si indirizzano; ad esempio la somiglianza fra la Cabala e l'esoterismo islamico.
A tal proposito segnalo questo post:
http://traditiosciita.blogspot.com/2019/04/lhurusufismo-lhurufismo-in-arabo.html
Tratto da "Forme tradizionali e cicli cosmici" di René Guénon

venerdì 1 marzo 2019

L'ascolto del cuore e l'uscita dal labirinto


La Bibbia ci dice che questa falsa programmazione della caduta non è che un parassita e che, l'informazione ontologica resta intatta nel seme di un uomo - intendo per "ontologico" ciò che qualifica l'essere reale, fondamentale, dell'uomo.
I miti parlano del labirinto; un labirinto è costituito di false porte, di vie fallaci, di impasse, ma anche di un'uscita reale, benché segreta.
I miti, questi grandi narratori del programma ontologico, conosco l'uscita, ma la nascondono a chi non ha il cuore per raggiungerla.
La propongono con il linguaggio sibillino.
Ma chi intuisce il linguaggio del seme e  sviluppa un ascolto del cuore stabilisce una risonanza, come un'eco lontana, ma che diventa sempre più vicina, tra il canto del mito e quello di una memoria segreta, che all'improvviso si leva e fa ricordare... Egli non sa più nulla, se non che tutto ha preso senso e vita.
Non è più nella prigione del labirinto.
Il suo corpo esiste ancora, l'anima vi è attaccata, ma qualche cosa di essa non gli appartiene più.
Bisogna iniziare a lavorare. Ma che cosa? Come? Si apre un cammino, ancora forse labirintico, ma egli sa che esso ha un senso, un'uscita di luce!
E' una via di liberazione di ampiezza infinita.
Il linguaggio del mito è divino... il nostro seme divino non ha un'inizio diverso dal mito e parla nella sua stessa lingua.
Il mito di Teseo dice bene che non è con le ali artificiali delle nostre tecniche moderne che, novelli Icaro, noi raggiungiamo questa apertura, e neppure con le ali di Dedalo, tutte rigonfie di vetuste filosofie o di ingenue spiritualità.
Dedalo e Icaro, eroi del mito, chiusi nel labirinto costituito da Dedalo, rappresentano le saggezze e le intelligente inerenti a questo spazio.
Per uscire dalla loro prigione, essi si fanno applicare delle ali artificiali.
Ma in volo la cera che fissa le ali al dorso dei due uomini fonde al sole e i nostri eroi terminano dolorosamente la folle corsa.
Le ali che permetteranno all'uomo di elevarsi al di sopra del labirinto e di allontanarsi per vedere, il fondo di esso,  senza uscita sul piano orizzontale,  dibattersi un'umanità chiamata a prendere la strada in verticale, sono quelle che simbolicamente egli farà spuntare all'allargamento dei suoi polmoni, fino all'infinito...
Un altro respiro è necessario.
Ed è quello che abbiamo visto nascere dall'incontro dell'uomo con i suoi miti fondatori, il cui linguaggio, vera oggettivazione del proprio linguaggio ancora sconosciuto, gli rivela Il segreto più prezioso del suo essere.
Ciascuno deve seguire la propria stella ed entrare in quella dilatazione di respiro alla quale ci invita, e la cui estensione, un giorno, diventa esperienza ineffabile.
I miti non fanno altro che ridare all'energia del nostro "seme" la sua potenza e la sua giusta direzione; sono il Verbo di Dio venuto a cancellare il parassita diabolico, e ridare alla forza di germinazione la sua programmazione pura; ci mostrano la strada del passaggio "dall'alto" per uscire dal labirinto, che è il mondo animale, ed entrare in uno spazio d'uomo.
Tratto da "L'Egitto interiore" di Annick Souzenelle

lunedì 25 febbraio 2019

Dalle lettere dell'alfabeto ebraico al Verbo divino


Esiste una corrispondenza tradizionale tra ogni lettera dell'alfabeto ebraico e i numeri
Le nostre lingue occidentali hanno perso il contatto con questa matematica del Verbo,  il canto Divino dei numeri; esse sono diventate convenzionali, in un processo mortale che chiamerei di "cosificazione".
Ogni lingua al contrario obbedisce ai ritmi e all'armonia del Verbo creatore; è fatta di numeri che reggono le leggi universali dall'astrofisica alla microbiologia, e della loro musica che scolpisce la parola parlata.
L'alfabeto ebraico è costituito solo di consonanti, e questo dà alla lingua una sbalorditiva mobilità musicale e una rara significanza nei giochi di parole, al fondo delle quali suona il Verbo divino.
Ogni cultura è come l'humus sviluppatosi a partire da dati misteriosi e universali, attorno a una lingua che ne costruisce la ricchezza e la singolarità.
Nel cuore di essa nasce l'uomo che si trova che si troverà modellato dai suoni del suo verbo e dai suoi valori; egli è come un albero piantato nella terra e, nutrito da essa, riceve la forza di crescere.
Ma l'uomo è solo il figlio della terra esiste esteriore.
Il suo seme è essenzialmente piantato dentro ciò che il mito biblico chiama la adamah,  la terra interiore, il polo femminile... costruito da tutto ciò che  questo stesso racconto biblico descrive nei primi sei giorni della Genesi.
"L'immagine di Dio" è il seme dell'Adam; è un "micro-verbo", immagine del Verbo divino, che fa dell'uomo un essere dotato della funzione di parlare -il solo tra tutti gli animali creati.
Per poter parlare dovrà presto stare in piedi nell'ambiente esteriore circostante.
Ma per poter diventare totalmente Verbo non più seme, bensì frutto di quest'albero, in una dimensione di "somiglianza", dovrà "verticalizzarsi" nella sua terra interiore.
Nella "caduta" tutto accade come se il seme di un albero piantato nella terra di adamah affondasse le sue radici e spingesse la propria linfa senza che questa trovi la forza di aprirsi un varco verso la luce e di proseguire la crescita fino al frutto.
Tutto accade come se un errore di programmazione determinasse la sua energia a prendere per luce e le tenebre della terra e la inducesse a ripiombare nell'orizzontale e a produrre a tale livello frutti fallaci, in questo caso frutti dell'incoscienza dell'uomo!
Si ha il diritto di domandarsi se esista da qualche parte una porta che dia accesso al programma originale, antecedente la "caduta" e che permetta all'albero di ritrovare la strada giusta della verticalizzazione.
Tratto da "L'Egitto interiore di Annick de Souzenelle

venerdì 22 febbraio 2019

Parallelismi tra la mistica taoista e la mistica ebraica parte 2


Chang Chung-yuan considera la concentrazione su un punto specifico del corpo come uno stimolo diretto a "quella zona del sistema nervoso".
La colonna vertebrale, vero e proprio albero di fibre nervose e cariche elettriche, è soggetta allo stimolo psichico nonché agli shock fisici.
Secondo lo studioso,
Allorché il praticante invia costantemente l'idea genuina al sistema nervoso, quest'ultimo si muove senza interruzione; si verifica un profondo cambiamento nelle cariche elettriche e il flusso ordinario viene enormemente accresciuto.
Poiché nel praticante serio tale operazione prosegue mese dopo mese e anno dopo anno, il risultato naturale sarà l'emergere "del lampo e del tuono" all'interno del suo sistema nervoso...qui il linguaggio simbolico è utilizzato per descrivere un fenomeno fisico.
La stessa esperienza che consiste nell'essere letteralmente "illuminati", o bagnati di luce, viene descritta dai taoisti del XIV secolo e dai kabbalisti del XIII.
I neurologi moderni interpretano l'esperienza in modo più blando, come una "depolarizzazione delle cariche elettriche nella rete del sistema nervoso".
Spirituale o fisico, il fenomeno si riferisce a un tentativo del tutto deliberato da parte del meditante di trasformare se stesso, per mezzo di un'intensa concentrazione su diverse parti sensibili del corpo unita a tecniche sistematica di respirazione.
Ancor più notevole è l'analogia tra l'albero cosmico del kabbalista e il "diagramma della non polarità".
Entrambi sono raffigurati con una serie ascendente di cerchi che culminano con Hsu (non-essere, cinese) o Ayin (non-ente, ebraico).
Il primo cerchio, o ingresso, è la "Porta dell'Oscura Femminilità" per il taoista, e il Regno, il nostro mondo, per il kabbalista.
Entrambi fanno riferimento all'energia nel  centro più basso del corpo, la quale deve fluire verso l'alto attraverso il respiro, per fondersi con il "Signore" al centro del cervello, nell'unione spirituale.
Il secondo cerchio, che in ebraico è il Fondamento, è  Ching (Essenza) in cinese - il luogo ove "il respiro si compone".
Le cinque sfere seguenti, di cui quattro si estendono a sinistra, quattro a destra e una al centro, rappresentano i cinque elementi, i "cinque animatori" della "circolazione inferiore", i quali, partendo dal centro cardiaco, alla fine si uniscono alla "grande cirolazione" del respiro.
Come l'albero del kabbalista, anch'essi si dividono in maschili (destra) e femminili (sinistra), e sono destinati a unirsi nel mondo supremo del non-essere  - le sfere della Sapienza, della Comprensione e della Corona in ebraico e i cerchi nero e bianco, uniti, di K'an e Li in cinese, al di là dei quali regna il cerchio bianco e vuoto di Hsu (non essere, cinese) o Ayin (non ente, ebraico).
Analogamente al "diagramma della non polarità" taoista, l'albero del kabbalista è affine alla sua colonna vertebrale; le "sfere", o centri nervosi, sono arrivate dalla sua immaginazione; la "luce divina" è attratta dal motore del suo respiro.
Tratto da "Le vie della Kabbalah" di Perle Epstein

lunedì 18 febbraio 2019

Parallelismi tra la mistica taoista e la mistica ebraica parte 1


Una descrizione chiaramente dettagliata di un testo taoista cinese sulla meditazione (se si prescinde dalla terminologia) porrebbe essere stato tratto dallo Zohar;
Il taoista per prima cosa trascende gli affanni del mondo, poi le cose materiali e infine la sua stessa esistenza.
Attraverso questo graduale distacco egli consegue l'illuminazione ed è capace di vedere tutte le cose come Una.
Chang Chung-yuan
A tale scopo il mistico cinese, al pari di un mistico ebraico, sostiene anche la pratica di determinate tecniche di respirazione.
Ciò che il mistico ebraico definisce come "quattro direzioni" del respiro, Tao-an, un maestro buddista del IV secolo, chiama Anapana, che divide in quattro tecniche le quali "fanno uso delle funzioni del corpo".
Anche la pratica meditativa taoista paragona il corpo umano al macrocosmo, concentrandosi sulla colonna vertebrale in quanto sorgente di energia divina, che può essere evocata mediante una combinazione di visualizzazione e respirazione.
Come il kabbalista che "agita il mondo superiore" sedendosi in meditazione quaggiù, il taoista riflette il mondo esteriore attraverso l'armonizzazione di mente, respiro e corpo.
L'uomo cosmico e l'albero delle sfere del kabbalista, nonché gli elementi corrispondenti, hanno nel taoista, come controparti, le quattro stagioni, i cinque elemento, le nove divisioni, i trecentosessanta giorni.
Analogamente l'uomo ha quattro arti, cinque  organi interni, nove orifizi e trecentosessanta articolazioni.
Il Cielo ha vento, pioggia, freddo, caldo; l'uomo, analogamente, ha gioia, collera, conquista, dono...
L'uomo forma una triade con il Cielo e la Terra, e la mente è il signore...
Ciascun organo corporeo del taoista è quindi analogo a un elemento, a una direzione dello spazio, a una stagione.
E, per usare le parole dello Zohar, sono tutti interdipendenti.
I molteplici simboli del Taoismo, tuttavia, si riferiscono in modo molto specifico alle tecniche di respirazione meditativa.
"Una sola grande circolazione celeste" - da confrontare con una completa ad "ascesa" e "inversione" della mistica ebraica- muove verso l'alto il respiro lungo la colonna vertebrale, fino alla sommità del capo e verso il basso, passando per il volto, prevedendo tutto il corpo mentre torna al suo fondamento, alla base della colonna vertebrale.
Anche l'esercizio taoista inizia con una visualizzazione e termina con una sensazione del tutto fisica di "circolazione del 'respiro' come corrente di calore".
Ciò si può confrontare con la "luce" del kabbalista.
Diversi centri del corpo sono menzionati dal taoista con non mi metaforici quali "palazzo di porpora" e " camera mistica" - quasi sovrapponibili alle "sale del palazzo" del kabbalista.
I testi esoterici taoisti fanno riferimento alla "visione" del moto del respiro, nonché all'atto mentale di controllarlo e dirigerlo consapevolmente verso i diversi centri corporei.
Anche il meditante taoista sceglie d'iniziare con la contemplazione del  punto più alto e non manifestato.
Anch'egli è scosso dall'estatica irruzione di luce che ne consegue: "A volte si manifesta un improvviso lampo di luce, che illumina tutto il corpo al di là di qualsiasi controllo".
L'"unificazione" dei due centri localizzati nel cuore e nel rene viene chiamata "far discendere il Drago Blu dalla Corte del Fuoco affinché incontri la Tigre Bianca dall'abisso dell'Acqua" - esattamente come o kabbalista univa le sfere de la Bellezza (blu, identificata con il sole e il fuoco) (cuore) e del Fondamento (legata all'acqua e alla luna).
Se sottratto ai suoi misteriosi rivestimenti e spogliato dei riferimenti religiosi, l'albero delle sfere kabbalistico è chiaramente una mappa di respirazioni e concentrazioni, e lo stesso vale per i "corpi" celesti e terreni del taoista.
Tratto da "Le vie della Kabbalah" di Perle Epstein

venerdì 15 febbraio 2019

Le lettere della lingua ebraica


Per i mistici ebrei la loro lingua ha sempre corrisposto fisicamente alle cose che essa designa.
Il semplice scrivere una lettera ebraica poteva produrre un effetto unificante sulla mente e sul corpo, ponendo colui che scriveva a contatto con il mondo "superiore".
Imitando Dio, per così dire, il kabbalista "creava" nuovamente se stesso chiamando all'esistenza il suo più profondo potenziale spirituale attraverso la manipolazione delle lettere - base, forma e suono dell'universo fisico, gli strumenti con cui Dio aveva creato il mondo.
Tre lettere primordiali, aleph (א), mem (ם) e shin (ש), contenevano tutti gli elementi potenziali; seguivano dodici lettere "semplici", le quali fungevano da canali per l'energia divina che sostiene l'universo.
Essendo lui stesso composto di elementi, l'uomo, che è un microcosmo, riceve l'"impronta" da tutte queste lettere nella sua stessa persona.
La meditazione compiuta da un essere umano purificato su ciascuna lettera - che veniva proiettata attraverso la sfera o l'attributo divino corrispondente- equivaleva a una meditazione sull'intera Creazione.
Fatto della stessa sostanza fondamentale delle stelle, un uomo poteva divenire una cosa sola con ma stella più lontana: vibrando della stessa energia degli uccelli, un uomo poteva comprendere il loro linguaggio.
La pratica mistica ebraica presuppone che la parte possa essere presa letteralmente per il tutto.
Portando la parola fuori da se stessa, sciogliendola come fosse un gioco dalla sua accezione semantica e dissolvendola nel guidare i rapiti discepoli dal discorso razionale alla dimensione della percezione pura e non verbale, il maestro kabbalista (come il maestro Zen che presenta il suo paradossale koan) dirigeva il novizio al di là dell'ambito circolare e limitato del pensiero.
Utilizzando per gradi il pensiero e il suono, procedeva al di là del pensiero e del suono: "Apri la bocca nel pronunciare l'aleph (la A ebraica), ed estendi la mente da ciò che è localizzato all'illimitato", diceva Rabbi Nehuniah ben Hakana.
"La mente umana infatti non ha fine; mediante essa, l'uomo può discendere sino alla fine del mondo" .
Tra il Dio ineffabile e il conoscibile intercorre la Parola.
In quanto strumenti per il linguaggio umano, le lettere si combinano tra loro per produrre il pensiero: in quanto utensili della natura, esse producono gli elementi, i pianeti, i sessi e tutti gli esseri fisici.
Incise nella sfera della Sapienza sull'albero cosmico, le lettere ebraiche sono l'energia che sta dietro tutte le manifestazioni discendenti di forma e suono.
Per il kabbalista che cerca di unire le lettere alla loro sorgente originaria nella Corona, esse presentano un nome composito e un'esperienza diversa in riferimento all'Assoluto che le chiamò all'essere.
Le lettere non possono esistere in assenza della forma data loro dalle sfere che le contengono.
Ma in se stesse le sfere sono, in un certo senso, illusorie, mere immagini create dalla limitata mente umana nella sua laboriosa ascesa verso l'Uno.
Con parole molto simili a quelle di un seguace del Vedanta, Mosè Cordovero così si esprime:
In Se stesso il Creatore è insieme la conoscenza, il conoscitore e il conosciuto... Non esiste nulla che non sia unito a Lui e che Lui non trovi nella Sua stessa essenza.
Egli è il tipo di tutti gli esseri, e tutte le cose esistono in Lui nella loro forma più pura e perfetta...
Un brahmano di nome Padmanaba, istruito nella Kabbalah, spiega al discepolo il modo in cui le lettere dell'alfabeto ebraico, se articolato con la corretta intenzione spirituale, evocano i loro angeli corrispondenti:
Ciascuna lettera è governata da un angelo (che) è il raggio di un flusso delle virtù dell'Onnipotenza e delle qualità di Dio.
Gli angeli che dimorano nel mondo terreno e in quello celeste governano coloro che risiedono nel nostro mondo.
Le lettere formano le parole, le parole formano le preghiere e sono gli angeli che, designati dalle lettere e riuniti nelle parole scritte e pronunziate, operano le meraviglie che tanto stupiscono gli uomini ordinari"
Per il kabbalista le lettere rappresentano altrettante combinazioni di nome e forma che abbracciano il nostro universo fisicamente conosciuto...
Il kabbalista, volgendo "nome" è "forma" (adeguatamente elaborate nelle lettere pittografiche dell'alfabeto ebraico, che include anche i numeri e dimensioni) in una sorta di atomo divino, penetra nella lettera fino alla sua essenza, operando ogni sua possibile combinazione e permutazione permessa dalla natura, come per fare un balzo al di là di quest'ultima.
Egli manipola il nome di Dio, forza quintessenziale che pervade la materia nella sua totalità.
Con un potente sforzo unisce la sua energia umana con quella che irradia dalla Corona di tutto ciò che è, fu e sarà.
Mediante la forza che risiede da sempre nella parola, egli accosta il permanente all'impermanente, l'Uno al molteplice.
Percepita in questo modo, una lettera è ciò che rappresenta; è fisica in virtù della sua pronuncia da parte degli organi fisici; è spirituale in quanto collegata al mondo degli angeli; si moltiplica per formare il mondo dei nomi e degli oggetti, ma se ridotta al suo suono originario non diventa altro che il mormorio dell'universo, che vibra in un luogo ove la luce e il suono si fondono in un silenzio splendente.
Tratto da "Le vie della Kabbalah" di Perle Epstein

venerdì 8 febbraio 2019

La lingua verde


Nella tradizione alchemica e più in generale quella esoterica ricorre spesso il riferimento ad un linguaggio misterioso e antichissimo definito "lingua degli uccelli".
Il più noto di questi è quello che fa riferimento alla cabala ermetica, quel mitico linguaggio universale che esisteva prima della torre di Babele, da cui poi conseguì la diversificazione di tutte le lingue.
La lingua degli uccelli si suppone conservi l'essenziale della lingua madre dei Pelasgi, lingua primigenia degli idiomi occidentali, contente i fonemi derivanti dal primitivo linguaggio universale pre-babelico.
Definita anche "gaia scienza" o "lingua verde" era la lingua segreta, una sorta di codice che gli iniziati conoscevano per accedere alla pienezza del sapere.
Nell'ermetismo il volatile simboleggia ciò che è spirituale rispetto a ciò che è materiale.
In alcune basiliche, come sui capitelli del portale di S. Clemente in Casauria, a Torre s'è Passeri, in provincia di Pescara, si possono ammirare degli uccelli dalla testa umana, simbologia del resto molto usata anche nell'iconografia egizia.
La lingua degli uccelli è stata riportata alla attenzione degli studiosi di esoterico da Grasset D'Orcet e da Fulcanelli, pseudonimo di uno scrittore di libri di alchimia del XX secolo, la cui identità rimane avvolta nel mistero.
Fulcanelli, nel primo volume delle "Dimore Filosofali", in riferimento alla lingua degli uccelli, ricorda un passo di Hercule Savinien de Cyrano de Bergerac, scrittore e drammaturgo francese del Seicento, da alcuni ritenuto un alchimista e un iniziato.
Nel "Viaggio al Sole" (1662) Cyrano dà voce alla sua idea, espressa anche in altre opere, di una "lingua madre capace di cogliere ogni verità è di operare demiurgicamente sulla realtà "....
Ad una primigenia lingua madre si può cogliere un riferimento al mito di Orfeo e al noto passo della Genesi sulla torre di Babele, "secondo l'interpretazioni umanistica e rinascimentale che sollecita le fonti mitologiche e, armata del metodo allegorico della Cabala, volge le lettera delle Scritture a significati gnostici".
Quando Dio Ieri ho ad Adamo di imporre i nomi più adatti alle cose create, che definissero perfettamente le loro intime caratteristiche, Adamo avrebbe "parlato" nella lingua degli uccelli.
Avrebbe quindi usato la fonetica perfetta per condensare in una sola "parola" l'essenza di ogni cosa creata.
Pertanto, il significato dei libri sacri non sarebbero per nulla letterale, ma andrebbe ricreato invece nella fonetica, e dunque nell'importanza di ritrovare lo spirito attraverso il suono e la sua interpretazione cabalistica.
Tale interpretazione utilizza precisi riferimenti al simbolismo e all'iconografia, insieme all'abilità di svelare rebus e giochi di parole.
Tratto da "Il silbo, la lingua degli uccelli e le tradizioni iniziatiche; percorsi culturali scritti nel vento"

lunedì 4 febbraio 2019

La natura dell'anima


Dalla dottrina platonico-aristotelica dell'anima vegetativa, animale e razionale, la Cabbalà trae l'idea delle tre anime presenti nell'uomo, chiamate nephesh (principio vitale), ruach (spirito) e neshamà (anima).
È noto come per Platone tre anime distinte siano presenti nell'uomo, mentre per Aristotele si tratti invece di tre diverse facoltà nella stessa anima.
Per lo Zohar invece le ultime due anime, ruach e neshamà, sono già presenti in potenza nella prima, nephesh, di cui costituiscono dei gradi di maggiore perfezione.
Mentre l'anima naturale (nephesh) è presente in ogni uomo, le altre due, e soprattutto l'ultima, neshamà, possono essere meritate solo attraverso la meditazione mistica, l'intensa preghiera, la bontà ed in genere tutte le altre virtù esaltate dai cabbalisti.
La neshamà è infatti una parte di Dio stesso e costituisce quella famosa scintilla divina che fu posta nel primo uomo.
Il cabbalista che si guadagni attraverso l'intensità dell'intuizione mistica la neshamà, ottiene in sé una porzione dell'intelletto di Dio.
Mentre l'anima naturale è capace di commettere il male e di peccare, la neshamà, lo spirito divino dell'anima, è assolutamente pura e perfetta.
Di ciò è conseguenza il fatto che, mentre l'anima naturale è soggetta alla punizione di Dio per le colpe commesse ed è mortale, l'anima divina è assolutamente al di sopra del peccato ed immortale.
Lo Zohar precisa che, quando l'uomo commette il male, immediatamente il fondamento divino che è nella sua anima (neshamà) si allontana da lui, abbandonandolo alla punizione celeste.
Ogni anima, prima di entrare nel corpi che le è stato assegnato, si impegna dinanzi a Dio a realizzare la volontà in terra, esaltando le virtù mistiche che sole possono condurre l'uomo al benefico contatto con la divinità.
Le anime, che hanno compiuto la loro missione, ritornano al paradiso rivestite di una "tunica celeste", intessuta di buone azioni, mentre i peccatori, abbandonati dalla loro anima divina, sono gettati nella Geenna infuocata, dove ardono fino alla loro espiazione, o in eterno se le loro colpe sono di particolare gravità.
Un'altra forma di punizione per l'anima peccatrice, che lo Zohar presenta in alternativa con il rogo infernale, è la metempsicosi (ghilgul).
L'anima di chi ha commesso molteplici colpe, violando la volontà di Dio, non ritorna al suo fattore nel paradiso celeste, ma viene reincarnata in un altro corpo per essere messa nuovamente alla prova.
Rispetto alla Geenna, l'inferno ardente che brucia le anime, la metempsicosi verrebbe così ad assumere il valore di una sorta di purgatorio.
Tratto da "Zohar. Il libro dello splendore" a cura di Elio e Ariel Toaff

mercoledì 30 gennaio 2019

Il male morale e il male metafisico


Adamo avendo spezzato l'unità delle sephiroth, cogliendo il frutto dell'albero della vita, separò automaticamente il mondo celeste da quello terreno e fece nascere il male.
Secondo questa teoria, l'interruzione del perenne flusso divino dalle sephiroth al mondo, provocato dal peccato dell'uomo, avrebbe fatto sorgere il male.
In pratica il male sarebbe legato all'azione morale dell'uomo e non ne esisterebbe indipendentemente.
Parzialmente in contrasto con questa tesi, compare nello Zohar anche l'idea di un male metafisico, la fonte oscura del dolore del mondo, del tutto distinto dal male morale.
Per lo Zohar l'origine del male metafisico si trova in Dio stesso, nelle sue sephiroth.
Le sfere divine non possono mai essere separate l'una dall'altra, perché in esse scorre il flusso di Dio che altrimenti ne verrebbe interrotto.
Adamo con il suo peccato provocò tale separazione, facendo nascere il male morale.
D'altra parte le sephiroth rappresentano il grado più alto di santità, di bontà, di armonia divina solo quando sono unite, nel loro complesso.
Prese una per una, interrotto il loro rapporto con le altre, non rimangono più tali.
La sfera della giustizia divina (din) è buona e santa, quando viene temperata dalle altre sephiroth vicine; l'amore (chesed) e la pietà (rachamim).
In esse il fuoco della collera divina, che divampando minaccia di travolgere ogni cosa, viene mitigato ed addolcito dalla benevolenza e dalla misericordia.
Ma, presa a se stante, quando venga separata dalle sephiroth che la precedono e la seguono temperandola, la giustizia divina, la sua ira e severità, esplodono distruggendo ogni ostacolo e si allontanano dal mondo di Dio, trasformandosi nel male metafisico.
Questo è definito dallo Zohar come la realtà diabolica opposta alla realtà divina.
Quale processo provoca la separazione della sephirà dell giustizia dalle altre, facendo sorgere il male metafisico?
Lo Zohar oscilla tra due risposte.
La prima è che l'azione dell'uomo, il peccato di Adamo, provoca la nascita del male metafisico insieme a quella del male morale, distruggendo il legame tra le sephiroth.
La seconda invece fa scaturire il male metafisico necessariamente dal processo con cui l'En Soph si travasa nelle sephiroth.
Il meccanismo del flusso divino si interromperebbe talvolta per eliminare le scorie, i detriti (le "cortecce", qelippoth, nel linguaggio cabbalistico), e queste precipiterebbero nel mondo, divenendo il male.
In questo senso il male metafisico sarebbe in Dio e sorgerebbe nel corso del processo di eruzione dell'En Soph nel mondo, attraverso le sephiroth.
Il male "espulso" da Dio nel suo processo vitale è cosa morta e solo il peccato dell'uomo può conferirgli la vita.
Tratto da "Zohar. Il libro dello splendore" a cura di Elio e Ariel Toaff

mercoledì 23 gennaio 2019

Tiqqun la "riparazione"


L'azione dell'uomo tendente a riparare in qualche modo al danno provocato dal peccato di Adamo ed a ristabilire l' armonia nel creato, instaurando un rapporto più frequente e costante con le sephiroth, è chiamata dai cabbalisti tiqqun "riparazione".
La bontà, la misericordia, l'amore per il prossimo, quando vengono realizzati sulla terra dall'uomo, costringono il mondo celeste delle sephiroth a venire in beneficio contatto con il mondo terreno.
Il giusto, l'uomo puro nel pensiero e negli atti...può realizzare l'esperienza mistica della contemplazione di Dio e del contatto immediato e diretto con l'Essere Supremo.
Il giusto, lo zaddiq, colui che è in grado di raggiungere il contatto mistico con Dio, la debequth, possiede le virtù dei poveri.
Sono i poveri infatti, a detta dello Zohar, i più vicini alla divinità e coloro che ne compongono la schiera più fedele.
Lo stesso En Soph assume le caratteristiche della povertà nelle sua ultima sfera, la Shekhinà, che in effetti è la più povera delle sephiroth vivendo esclusivamente del flusso divino che emana dalle altre.
A proposito di tale teoria, non mancano gli studiosi che hanno voluto ipotizzare un'influenza del movimento francescano in Spagna sullo Zohar.
Oltre alla povertà, la castità è uno dei valori più apprezzati della Cabbalà.
Ma la castità non è da identificarsi completamente con l'ascesi sessuale, che è caratteristica della mistica non ebraica, perché lo Zohar annette al matrimonio uno speciale valore.
In effetti l'unione dell'uomo con la donna è per il cabbalista uno dei più santi misteri, riproducendo simbolicamente nella realtà terrena il momento più alto della realtà celeste, l'unione di Dio con la Shekhinà.
Le nozze umane non sono né disprezzate né condannate, ma vengono considerate come un importante mezzo per avvicinarsi all'infinito mistero di Dio.
Tratto da "Zohar. Il libro dello splendore" a cura di Elio e Ariel Toaff

mercoledì 16 gennaio 2019

Il Peccato di Adamo


Le sephiroth, secondo lo Zohar, sono il prodotto della "santa unione" di Dio con se stesso.
Le sephiroth partoriscono il mondo dopo essere state fecondate dal seme divino, ed attraverso le loro sfere fluisce nel creato la vita di Dio.
In questo senso la Shekhinà, ultima tra le sephiroth, verrebbe ad essere l'elemento femminile di Dio, sposa, figlia e regina della divinità e madre di tutti i viventi.
Lo yichud, l'unione della Shekhinà con Dio, è considerato nello Zohar il momento più alto della creazione, quello in cui il mondo celeste si apre agli occhi dell'uomo e la vita di Dio si fa intuire.
Questa unione era constante all'epoca dell'Eden e fu interrotta dal peccato di Adamo.
L'uomo fino ad allora era stato un essere puramente spirituale, creato ad immagine di Dio e la cui vita ricalcava quella della divinità.
La "caduta nel corpo", provocata dal peccato originale, da una parte ha reso meno agevole il contatto tra l'uomo e Dio, dall'altra ha contemporaneamente ridotto il flusso della vita divina nella creazione.
Secondo lo Zohar, Dio mostrò al primo uomo nel "santo giardino dei pomi" due alberi, quello della conoscenza e quello della vita.
Essi altro non erano che rappresentazioni simboliche delle sephiroth: il primo, quello della conoscenza, simboleggiava le prime sephiroth della sapienza (chokhmà e binà), del pensiero divino nella creazione; l'albero della vita rappresentava invece le ultime sephiroth (yesod e shekhinà), in cui Dio si manifestava concretamente nel processo cosmico.
Mangiando il frutto dell'albero della vita, Adamo mostrò di perdere in considerazione solo la Shekhinà e le ultime sephiroth, dimenticando il loro rapporto con le prime.
Egli in tal modo spezzò la loro unione ed interruppe la continuità del flusso della vita di Dio attraverso le sephiroth.
Il mondo celeste si separò dal mondo terreno e, nell'immagine dello Zohar, la Shekhinà "andò in esilio".
Tale esilio però avrà termine quando, nell' era messianica, lo yichud, l'unione di Dio con la Shekhinà, si potrà ristabilire in maniera permanente.
Il creato e la divinità rimarranno allora in eterna armonia e comunicazione.
Questo momento, considerato il più alto nell'etica dello Zohar, curve definito dai cabbalisti "il contatto" (debequth).
Tratto da "Zohar. Il libro dello splendore" a cura di Elio e Ariel Toaff

mercoledì 9 gennaio 2019

Dal "Nulla" all'Essere


Il momento in cui l'En Soph rompe il diaframma che lo cela alla vista dell'uomo e si manifesta al livello delle sephiroth, è chiamato dai cabbalisti "Nulla".
Il "Nulla" mistico è quindi la prima sephirà, la "corona eccelsa" (Keter 'Eliyon), dalla quale poi scaturiscono e si dipanano tutte le altre sfere.
Ogni creazione, secondo lo Zohar, passa attraverso questo "Nulla", che è il cratere sotto cui ribolle l'En Soph e la bocca dalla quale sgorga il suo magma creativo.
Questo è vicino e percepibile, quanto quello è celato e segreto.
Nella creazione, dice lo Zohar, Dio si manifesta come "Io", "Tu", "Egli".
Quando parla al cuore dell'uomo e si fa conoscere alla sua anima con l'amore e la benevolenza, Dio è "Tu".
Ma quando dispiega tutta la potenza, manifestandosi nel pieno del suo fulgore e nel complesso delle sue infinite capacità, è "Io".
In quest'ultimo stadio Dio è presente ed immanente in tutto il creato, è la Shekhinà (la divina presenza), secondo la definizione comune della Cabbalà.
Dalla prima sephirà, il "Nulla" mistico, la "corona eccelsa", attraverso tutte le altre, fino all'ultima e più perfetta, la Shekhinà, definita anche come "il regno" di Dio (malkhut), si compie il tragitto della creazione divina e si manifesta l'En Soph operante nel cosmo.
Dalla prima all'ultima sephirà.
Dalla "corona" al "regno" di Dio.
Dal Nulla all'Essere più pieno.
Il punto di passaggio dal Nulla all'Essere è costituito dalla seconda sephirà, la "sapienza" (chokhmà).
In essa si fa luce la creazione a livello di pensiero divino.
Dio medita su ciò che creerà, facendolo scaturire da se stesso, ed ha dinanzi in potenza la sua futura elaborazione: in lui quindi l'"Essere" è già vivo prima ancora di venire alla luce.
L'"intelligenza" (binà) costituisce uno stadio più perfetto rispetto alla "sapienza"  (chokhmà).
Laddove nella sephirà della "sapienza" Dio conosceva in maniera indifferenziata ciò che avrebbe creato in seguito, nella sfera dell'"intelligenza" la divinità distingue, individua, differenzia, sempre a livello di pensiero, i vari oggetti della creazione.
Le sette sephiroth che seguono corrispondono ai sette giorni della creazione, dove il pensiero divino finalmente si attualizza, raggiungendo la sua pienezza nella sfera della Shekhinà.
L'uomo risale attraverso le sephiroth per raggiungere la conoscenza di Dio.
L'ascesa è più faticosa man mano che si raggiungono le sfere più in alto, finché le domande umane cominciano a non trovare più risposta.
Allora la voce dell'uomo che chiede risuona solitaria nel silenzio dinanzi all'abisso profondo ed imperscrutabile dell'En Soph.
Qui, dinanzi ai gradi più alti delle sephiroth, l'esperienza dell'uomo si arresta.
Tratto da "Zohar. Il libro dello splendore" a cura di Elio e Ariel Toaff

mercoledì 2 gennaio 2019

L'esegesi della Bibbia attraverso la mistica ebraica


La Bibbia ha in ogni sua parte, anche quella apparentemente meno significativa, il valore di manifestazione della vita di Dio, di cui costituisce un insieme di simboli.
Questi, a loro volta, non si possono né comprendere né spiegare, ma solo intuire in maniera forzatamente confusa, e scoprire in modo approssimativo e personale.
Si ritrova nello Zohar l'uso di alcuni mezzi e procedimenti tecnici di esegesi mistica, propri dell'esoterismo ebraico:
Il più famoso tra questi è la Ghematrià, che consiste nel computo del valore numerico delle singole parole ebraiche in base a precise regole, e nella ricerca di rapporti e nessi con altre parole o versi biblici, aventi il medesimo valore numerico.
Altri caratteristici strumenti di "tecnica mistica", applicata all'esegesi, sono la Temurà, che consiste nella sostituzione di alcune lettere di una parola o di una frase con altre lettere corrispondenti, secondo regole ben definite; ed il Notariqon, che è un procedimento in base a cui le lettere di una parola sono considerate come altrettante iniziali di una frase biblica, o comunque come sigle simboliche di un intero periodo.
Lo Zohar considera importante e valida nell'interpretazione della Bibbia solo la via mistica.
Non gli interessano né il metodo letterale, né quello omiletico, e neppure l'allegoria, che considera strumenti secondari e di scarso valore per l'esperienza religiosa.
È sotto il velame dei simboli misteriosi del testo che pulsa la realtà vivente di Dio, e l' uomo la può intuire solo ricercandola col travaglio della propria anima e sollecitando tutto se stesso in questo sforzo.
È vero che la Bibbia possiede anche un significato letterale e umano.
Lo Zohar non ha difficoltà ad ammetterlo; ma con la stessa decisione afferma che non è certo questi a conferire alla Bibbia il suo carattere divino.
La chiave per l'interpretazione biblica più vera sta nell'individuazione dei rapporti e dei nessi tra i simboli della Bibbia e le sephiroth.
Tratto da "Zohar. Il libro dello splendore" a cura di Elio e Ariel Toaff

lunedì 17 dicembre 2018

I miti


I miti ben delineati tanto deliziosamente raccontati di nuovo ai fanciulli hanno scarso peso sulla vera religione del popolo che se ne serviva come mezzi di espressione per gli insegnamenti spirituali.
Gli dei e le dee si fondono gli uni negli altri nella maniera più imbarazzante, sicché abbiamo la Venere barbuta e Ercole che indossa indumenti femminili
Le caratteristiche dei vari dei e dee venivano usati come una forma di scrittura mediante pittura per indicare precise idee astratte la cui convenzione era ben compresa dal clero.
Questo, avendo a che fare con una popolazione nella maggior parte illetterata in quanto la cultura era limitata a pochissimi, diceva saggiamente;
"Guardate questo simbolo e riflettete su questa storia; forse non saprete cosa significa, però state guardando nella direzione giusta, la direzione cui sorge la luce; e nella misura in cui siete capaci di riceverla, la luce scorrerà nella vostra anima se contemplate queste idee".
È probabile, fino ad essere quasi certo, che l'illuminazione data dai Misteri includesse la spiegazione della metafisica di quei miti.
Persefone, Diana, Afrodite, Era, tutte cambiano i loro simbolo, funzioni, caratteristiche e anche gli appellativi subordinati in una maniera sorprendente nei miti e nell'arte greca.
Lo stesso fanno Priapo, Pan, Apollo e Zeus.
La cosa migliore che possiamo dire di loro è che tutte le dee sono Grandi Madri e che tutti gli dei sono Datori di Vita; la differenza tra loro essendo non nella funzione, ma nel livello in cui funzionano.
Viene fatta una distinzione tra la Venere Celeste e la dea dell'amore terreno che ha lo stesso nome; colui che discerne può scorgere un'eguale distinzione e un'eguale sottostante identità, tra Zeus il Padre-Tutto e Priapo, egualmente addetto alla paternità, ma in un'altra maniera, uno essendo terreno e l'altro celeste.
Tuttavia, non ci sono due dei, ma solo un dio...La stessa forza funzionante a livelli diversi.
Questa è la chiave per la comprensione del significato del culto fallico, che ha una parte così importante in tutte le fedi antiche e primitive...
Nei miti greci in cui troviamo Forze-Terra positive come Pan che, in virtù del suo simbolismo-capra non può essere assegnato altrove che alla Sfera della Terra, in quanto il Capricorno è il più terreno della triplicità terrena.
Pan rappresenta il magnetismo positivo della terra che si precipita nel suo rientro al Padre-Tutto.
Cerere, d'altra parte, o Diana dai molti seni, entrambi Veneri molto terrene e tutt'altro che vergini, rappresentano la messa a terra finale della forza celeste nella materia densa.
Era, che è stata chiamata Venere Celeste o Afrodite Celestiale, rappresenta il ritorno della Forza-Terra che scorre velocemente verso il cielo ed è terra-positiva a un livello celeste.
Il vero significato sta nel far scendere la divinità nell'umanità nella speranza di elevare l'umanità alla divinità...
Tratto da "La Cabala mistica" Dion Fortune