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lunedì 17 giugno 2019

L'opera di Mosè


L'opera che Mosè andava meditando era gigantesca.
Prima di lui Rāma, Krishna, Hermes, Zoroastro, Fo-Hi avevano creato religioni di popoli; Mosè volle creare un popolo per la religione eterna.
A questo disegno sì ardito, sì nuovo, sì colossale, era necessaria una base possente.
A questo scopo scrisse Mosè il suo Sepher Bereshit, il suo Libro dei principi, sintesi concentrata della scienza passata e cornice della scienza futura, chiave dei misteri, fiaccola degli iniziati, punto di rannodamento di tutte le nazioni.
La Genesi si compone di frammenti diversi (elhoista e jehovista) cuciti insieme.
La sua redazione attuale è posteriore di almeno quattrocento anni all'epoca in cui Israele uscì dall'Egitto.
Mosè diventa vivente, tutta la sua religiosa carriera si spiega, quando si cominci a rimetterlo nel suo ambiente di nascita: il tempio solare di Menfi.
E infine le profondità stesse della Genesi non si svelano se non alla luce delle faci strappate all'iniziazione di Iside e di Osiride.
Una religione non si costituisce senza un iniziatore.
I giudici, i profeti, tutta la storia di Israele provano Mosè; Gesù stesso non si concepisce senza di lui.
Ora la Genesi contiene l'essenza della tradizione mosaica.
Per quante trasformazioni abbia subite, la venerabile mummia deve contenere, sotto la polvere te secoli e delle bande sacerdotali, l'idea madre, il pensiero vivente, il testamento del profeta d'Israele.
Israele gravita intorno a Mosè così come la terra gravita intorno al sole.
Ciò che Mosè ha voluto legare alla posterità nel testamento segreto dal punto di vista esoterico si pone così: nella sua qualità di iniziato egiziano, la sua intellettualità doveva essere all'altezza della scienza egiziana, la quale ammetteva, come la nostra, l'immutabilità delle leggi dell'universo, lo sviluppo dei mondi per evoluzione naturale e aveva inoltre sull'anima e la natura invisibile nozioni estese, precise, ragionate.
La storia della creazione, che presa alla lettera fa sorridere uno scolaro dei nostri giorni, non potrebbe nascondere un profondo significato simbolico che ha una chiave di lettura?
Questa chiave si trova: 
1) nella simbolica egiziana; 
2) in quella di tutte le religioni dell'antico ciclo; 
3) nella sintesi della dottrina degli iniziati, quale risulta dalla comparazione dell'insegnamento esoterico, dall'India vedica fino agli iniziati cristiani dei primi secoli.
Quando noi leggiamo la Genesi nelle nostre traduzioni, ne cogliamo soltanto il senso primario e inferiore.
Gli esegeti e i teologi stessi ortodossi o liberi pensatori, non vedono il testo ebraico se non attraverso la Vulgata.
Il senso comparativo e superlativo, che è il senso profondo e vero, sfugge loro.
Per gli intuitivi questo senso profondo si sprigiona come una scintilla dal testo; per i veggenti riluce nella struttura delle parole adottate e create da Mosè: sillabe magiche, nelle quali l'iniziato di Osiride versò il suo pensiero come metallo sonoro in una forma perfetta... e finalmente con l'esoterismo comparato ci è oggi dato d'intravedere e di ricostruire la Genesi.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

venerdì 7 giugno 2019

La leggenda di Iside ed Osiride


Intorno al 2200 a. C. l'Egitto subì la più tremenda crisi che possa attraversare un popolo: l'invasione e una quasi conquista straniera.
L'invasione fenicia, condotta dai re pastori, chiamati Hyksos, precipitò sul delta e sul medio Egitto.
I re scismatici portavano con sé una civiltà corrotta, la mollezza jonica, il lusso dell'Asia, i costumi dell'harem e la grossolana idolatria.
Compromessa era l'esistenza nazionale dell' Egitto, pericolante l'intellettualità e minacciata la sua universale missione; ma lo animava un corpo organizzato di iniziati, depositari dell'antica scienza di Ermete e di Ammon-Râ.
Infatti quel sacerdozio, che sembrava curvato sotto l'invasione riconoscendo il dominio degli usurpatori, che imponevano la legge del Toro e il culto del bue Apis, conservava invece nell'intimo recesso dei templi la scienza, le tradizioni e l'antica e pura religione avita con la speranza di restaurazione della dinastia nazionale.
Fu in quell' epoca che i sacerdoti diffusero tra le folle la leggenda di Iside e di Osiride, dello smembramento di questo e della sua risurrezione per opera di Oro, suo figlio, il quale ritroverebbe, trasportate del Nilo, le sue sparse membra.
Il popolo lenito soltanto dalla speranza che proponeva in Oro, intermediario divino, conservava amore all'antica religione.
Ma contemporaneamente sentivano gli iniziati esser necessario che inattaccabile fosse la verità esoterica e perciò la coprirono di  un triplice velo.
Al diffuso culto popolare di Iside e Osiride corrisponde l'intima e sapiente organizzazione dei misteri maggiorati e minori, difesi da quasi insuperabili barriere e da tremendi pericoli.
Furono inventate le prove morali e richiesto di giurare il segreto, mentre con grande rigore s'infliggeva la pena di morte agli iniziati, che divulgassero il minimo particolare dei misteri.
L'iniziazione egiziana non fu soltanto rifugio di esoteriche dottrine, ma anche crogiuolo, ove si preparavano puri elementi per la nazionale risurrezione e scuola di religioni future.
Mentre i coronati usurpatori regnavano in Menfi, lentamente Tebe preparava la rigenerazione del paese.
Dal suo tempio dalla sua arca solare, uscì Amos, il salvatore dell' Egitto che cacciò gli Hyksos, dopo nove secoli di loro dominazione e ripristinò nel suo diritto la scienza egiziana e la virile religione di Osiride.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

lunedì 3 giugno 2019

Ermete


Ermete Toth, misterioso e primo iniziatore dell'Egitto alla sacra dottrine si riconnette con una prima e pacifica fusione delle razze bianca e nera, avvenuta nelle regioni dell'Etiopia e dell'alto Egitto.
Ermete è nome generico che designa ad un tempo un uomo, una casta e un dio.
Quale uomo, Ermete è il primo ed il grande iniziatore dell'Egitto; quale casta, è   il sacerdozio depositario delle occulte tradizioni; quale dio, è il pianeta Mercurio, assimilato con la sua sfera ad una categoria di spiriti iniziatori divini ed egli presiede alla regione sopraterrestre della celestiale iniziazione.
Tutte queste cose sono legate come da un filo invisibile, segrete affinità, e il nome Ermete è quale talismano che le riassuma, quale suono che le evochi.
Ermete Trimegisto, tre volte grande, perché egli era re, legislatore e sacerdote.
Allora non esistevano né papiri né scrittura fonetica, la scienza del sacerdozio era incisa in geroglifici sulle colonne e sui muri delle cripte e soltanto più tardi passò nelle biblioteche dei templi, ma di molto aumentata.
Gli egiziani attribuivano ad Ermete 42 libri, che trattavano la scienza occulta, testi alterati ma infinitamente preziosi di quell'antica teogonia, che è il fiat lux dal quale Orfeo e Mosè ebbero i primi raggi di luce.
Così la dottrina del Fuoco-Principio e del Verbo-Luce, racchiusa nella Visione di Ermete, resterà certa e centro dell'iniziazione egiziana.
Le religioni dell'Assiria, dell'Egitto, della Giudea non si comprendono che quando si afferma il punto di contatto con l'antica religione indo-ariana, e allora, anziché mostrarsi a noi come enigmi e sciarade, nel loro insieme e vedute dall'alto ci appaiono quale superba evoluzione, ove le cose si ordinano e si spiegano reciprocamente.
La luce di Rāma, accesa nell'Iran cinquemila anni prima di Cristo, irradiò sull'Egitto e divenne la legge di Ammon-Râ, Dio solare di Tebe.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

venerdì 31 maggio 2019

La Sfinge


Di fronte a Babilonia, tenebrosa metropoli del dispotismo, fu l'Egitto vera cittadella della scienza sacra nel mondo antico, scuola dei più illustri profeti suoi, rifugio e fucina delle più nobili tradizioni per l'umanità.
La storia sua fu scolpita in pagina di pietra.
Per quanto si nettino i suoi monumenti e si decifrino i geroglifici, non possiamo ancora penetrare il profondo arcano del suo pensiero, perché questo arcano è la dottrina occulta dei suoi sacerdoti, prudentemente velata sotto i misteri, ci mostra nello stesso tempo l'anima dell'Egitto, il segreto della sua politica e la principale sua funzione nella storia universale.
In quei templi, in quelle cripte e in quelle piramidi maturava la grande dottrina del Verbo-Luce, della Parola universale, che Mosè avrebbe poi rinchiuso nell'arca d'oro e di cui Cristo sarebbe stato la face vivente. 
La prima civiltà egiziana risale all'antica razza rossa.
Opera sua è la colossale Sfinge prossima alla grande piramide, e nel tempo in cui non esisteva il delta, formato in seguito dalle alluvioni del Nilo, il mostruoso e simbolico animale era già sdraiato sulla sua collina di granito avanti alla catena dei monti libici e guardava il mare infrangersi ai piedi suoi, là ove oggi si stendono le sabbie del deserto.
La Sfinge, prima fra le creazioni dell'Egitto, è divenuta il suo simbolo principale, la sua insegna.
Fu scolpita dal più antico sacerdozio umano.
Testa d'uomo che esce da un corpo di toro, che ha gli artigli di leone e ripiega le sue ali d'aquila sui grossi fianchi, è Iside terrestre, la natura nella vivente unità dei suoi regni; poiché quegli antichissimi sacerdoti già sapevano ed insegnavano che nelle grande evoluzione la natura umana emerge dalla natura animale.
In questo insieme del toro, del leone, dell'aquila e dell' uomo, sono anche racchiusi i quattro animali della visione di Ezechiele, rappresentanti i quattro elementi costitutivi del microcosmo e del macrocosmo: acqua, terra, aria, fuoco, base della scienza occulta.
Quando gli iniziati verranno il sacro animale sdraiato sulla soglia dei templi o nel fondo delle cripte, sentiranno questo mistero vivere in se stessi e ripiegheranno tacitamente le ali dello spirito sulle verità interiori; e prima di Edipo sapranno che l'enigma della sfinge è l'uomo, il microcosmo, l'agente divino che riassume tutti gli elementi, tutte le forze della natura.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

venerdì 24 maggio 2019

La Trinità divina e l'arcaico simbolismo dello Spirito Santo

La Trinità divina della triade iniziale non manifestata è identificata dai bramini con:
Il Padre, Nara (Eterno Mascolino), la Madre Nari (Eterno Femminile) ed il Figlio Viradi (Verbo Creatore); tali sono le facoltà divine, ossia i principi: intellettuale, plastico e produttore, che nell'insieme costituiscono la natura naturans di Spinoza.
Il mondo organizzato, l'universo vigente, la natura naturata è il prodotto del Verbo Creatore, il quale si manifesta pure sotto tre forme: Brahma, lo spirito che corrisponde al mondo divino; Vishnù, l'anima che corrisponde al mondo umano; Siva, il corpo che corrisponde al mondo naturale.
In questi tre mondi il principio maschile e quello femminile (essenza e sostanza) sono egualmente attivi, e l'Eterno Femminile si manifesta contemporaneamente nella natura terrestre, umana e divina.
Iside è triplice, e così Cibele.
Ora si vede che, così concepita, la duplice trinità di Dio e dell'universo, contiene i principi e l'inquadratura di una teodicea e di una cosmogonia: ed è giusto riconoscere che questa idea madre è uscita dall'India.
Tutti gli antichi templi, tutte le grandi religioni e molti celebri filosofie l'hanno adottata.

E gli iniziati cristiani, fin dal tempo degli apostoli e nei primi secoli del cristianesimo, veneravano il principio femminile della natura visibile ed invisibile sotto il nome dello Spirito Santo, segno della potenza femminile, rappresentato dalla colomba in tutti i templi dell'Asia e dell'Europa; e se poi la Chiesa ha nascosto e perduto la chiave dei suoi misteri, il senso loro si trova ancora scritto nei suoi simboli.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

venerdì 5 aprile 2019

Rāma e l'origine dei segni zodiacali


Rāma insegnò ai suoi discepoli ciò che sapeva intorno ai segreti della terra e del grande Essere, ed essi recarono lontano nell'Egitto e fin nell'Occitania il fuoco sacro, simbolo della divina unità delle cose, e le corna dell'ariete, emblema della religione ariana.
Al toro (lo stendardo preferito dagli sciti che chiamavamo Thor, indizio della forza brutale e della violenza se non che dei sacrifici umani. Altri simboli analoghi  erano gru, aquile, avvoltoi, teste di cinghiale o bufali, anche se il preferito rimaneva il toro) Rāma oppose l'ariete, il pacifico e coraggioso capo del gregge e lo rese segnacolo di raccolta per tutti i suoi partigiani.
Le corna dell'ariete divennero le insegne dell'iniziazione e quindi del potere sacerdotale e regio (esse si rivengono sul capo d'innumerevoli personaggi sui monumenti egiziani. Da essa derivano i due corni della tiara papale).
Tale stendardo divenne il segnale di un immenso tumulto e di vera rivoluzione.
E così l'anima stessa di questa razza si liberò dalla ruggente animalità e saliva il primo gradino dell'invisibile santuario, che conduce alla umanità divina.
È a lui che dobbiamo i segni dello zodiaco, testamento del patriarca degli iniziati, strano libro scritto con stelle e geroglifici.
Determinando i dodici segni dello zodiaco, Rāma attribuì loro un triplice senso.
Il primo riguardava le influenze del sole sui dodici mesi dell'anno, il secondo riferiva in qualche modo la storia di lui, e il terzo indicava di quali mezzi occulti si era servito per raggiungere il suo scopo.
Ecco perché tali segni, letti in senso inverso, divennero più tardi i segreti emblemi dell'iniziazione graduale.
Ecco l'interpretazione dei simboli del passato secondo la tradizione esoterica, i segni zodiacali rappresentavano la storia di Rāma:
L'Ariete, che fugge guardandosi indietro,  indica la condizione di Rāma, che, abbandonando la sua patria, tiene l'occhio fisso sul paese che abbandona.
Il Toro furioso si oppone al suo cammino, ma avendo metà del corpo sprofondato nel limo, non può eseguire il suo disegno e cade sulle ginocchia.
In ciò vediamo i celti, designato col loro proprio simbolo, che, nonostante i loro sforzi, finiscono col sottomettersi.
I Gemelli esprimono l'alleanza di Rāma con i turani.
Il Cancro le ste meditazioni e il concentrarsi in se stesso.
Il Leone i suoi combattimenti contro i nemici.
La Vergine alata la vittoria.
La Bilancia l'uguaglianza fra vincitori e vinti.
Lo Scorpione la rivolta e il tradimento.
Il Sagittario la vendetta che ne trae.
Il Capricorno, l'Acquario i Pesci si riferiscono alla parte morale della sua storia.
Questa ipotesi di spiegazione dei segni zodiacali di Fabre d'Olivet ha il merito di aprire nuove e vaste prospettive agli occhi dello spirito.
Tali segni letti a rovescio, segnarono poi in Oriente e in Grecia i vari gradi che occorreva salire per giungere alla iniziazione suprema.
Ricordiamo solo i più celebri:
La Vergine alata indica la castità che dà la vittoria;
Il Leone la forza morale;
I Gemelli l'unione di un uomo e di uno spirito divino, che insieme formano due invincibili lottatori;
Il Toro domato, la padronanza della natura;
L'Ariete l'asterismo del Fuoco o spirito universale, che, con la sua conoscenza della verità, conferisce l'iniziazione suprema.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

venerdì 1 marzo 2019

L'ascolto del cuore e l'uscita dal labirinto


La Bibbia ci dice che questa falsa programmazione della caduta non è che un parassita e che, l'informazione ontologica resta intatta nel seme di un uomo - intendo per "ontologico" ciò che qualifica l'essere reale, fondamentale, dell'uomo.
I miti parlano del labirinto; un labirinto è costituito di false porte, di vie fallaci, di impasse, ma anche di un'uscita reale, benché segreta.
I miti, questi grandi narratori del programma ontologico, conosco l'uscita, ma la nascondono a chi non ha il cuore per raggiungerla.
La propongono con il linguaggio sibillino.
Ma chi intuisce il linguaggio del seme e  sviluppa un ascolto del cuore stabilisce una risonanza, come un'eco lontana, ma che diventa sempre più vicina, tra il canto del mito e quello di una memoria segreta, che all'improvviso si leva e fa ricordare... Egli non sa più nulla, se non che tutto ha preso senso e vita.
Non è più nella prigione del labirinto.
Il suo corpo esiste ancora, l'anima vi è attaccata, ma qualche cosa di essa non gli appartiene più.
Bisogna iniziare a lavorare. Ma che cosa? Come? Si apre un cammino, ancora forse labirintico, ma egli sa che esso ha un senso, un'uscita di luce!
E' una via di liberazione di ampiezza infinita.
Il linguaggio del mito è divino... il nostro seme divino non ha un'inizio diverso dal mito e parla nella sua stessa lingua.
Il mito di Teseo dice bene che non è con le ali artificiali delle nostre tecniche moderne che, novelli Icaro, noi raggiungiamo questa apertura, e neppure con le ali di Dedalo, tutte rigonfie di vetuste filosofie o di ingenue spiritualità.
Dedalo e Icaro, eroi del mito, chiusi nel labirinto costituito da Dedalo, rappresentano le saggezze e le intelligente inerenti a questo spazio.
Per uscire dalla loro prigione, essi si fanno applicare delle ali artificiali.
Ma in volo la cera che fissa le ali al dorso dei due uomini fonde al sole e i nostri eroi terminano dolorosamente la folle corsa.
Le ali che permetteranno all'uomo di elevarsi al di sopra del labirinto e di allontanarsi per vedere, il fondo di esso,  senza uscita sul piano orizzontale,  dibattersi un'umanità chiamata a prendere la strada in verticale, sono quelle che simbolicamente egli farà spuntare all'allargamento dei suoi polmoni, fino all'infinito...
Un altro respiro è necessario.
Ed è quello che abbiamo visto nascere dall'incontro dell'uomo con i suoi miti fondatori, il cui linguaggio, vera oggettivazione del proprio linguaggio ancora sconosciuto, gli rivela Il segreto più prezioso del suo essere.
Ciascuno deve seguire la propria stella ed entrare in quella dilatazione di respiro alla quale ci invita, e la cui estensione, un giorno, diventa esperienza ineffabile.
I miti non fanno altro che ridare all'energia del nostro "seme" la sua potenza e la sua giusta direzione; sono il Verbo di Dio venuto a cancellare il parassita diabolico, e ridare alla forza di germinazione la sua programmazione pura; ci mostrano la strada del passaggio "dall'alto" per uscire dal labirinto, che è il mondo animale, ed entrare in uno spazio d'uomo.
Tratto da "L'Egitto interiore" di Annick Souzenelle

lunedì 25 febbraio 2019

Dalle lettere dell'alfabeto ebraico al Verbo divino


Esiste una corrispondenza tradizionale tra ogni lettera dell'alfabeto ebraico e i numeri
Le nostre lingue occidentali hanno perso il contatto con questa matematica del Verbo,  il canto Divino dei numeri; esse sono diventate convenzionali, in un processo mortale che chiamerei di "cosificazione".
Ogni lingua al contrario obbedisce ai ritmi e all'armonia del Verbo creatore; è fatta di numeri che reggono le leggi universali dall'astrofisica alla microbiologia, e della loro musica che scolpisce la parola parlata.
L'alfabeto ebraico è costituito solo di consonanti, e questo dà alla lingua una sbalorditiva mobilità musicale e una rara significanza nei giochi di parole, al fondo delle quali suona il Verbo divino.
Ogni cultura è come l'humus sviluppatosi a partire da dati misteriosi e universali, attorno a una lingua che ne costruisce la ricchezza e la singolarità.
Nel cuore di essa nasce l'uomo che si trova che si troverà modellato dai suoni del suo verbo e dai suoi valori; egli è come un albero piantato nella terra e, nutrito da essa, riceve la forza di crescere.
Ma l'uomo è solo il figlio della terra esiste esteriore.
Il suo seme è essenzialmente piantato dentro ciò che il mito biblico chiama la adamah,  la terra interiore, il polo femminile... costruito da tutto ciò che  questo stesso racconto biblico descrive nei primi sei giorni della Genesi.
"L'immagine di Dio" è il seme dell'Adam; è un "micro-verbo", immagine del Verbo divino, che fa dell'uomo un essere dotato della funzione di parlare -il solo tra tutti gli animali creati.
Per poter parlare dovrà presto stare in piedi nell'ambiente esteriore circostante.
Ma per poter diventare totalmente Verbo non più seme, bensì frutto di quest'albero, in una dimensione di "somiglianza", dovrà "verticalizzarsi" nella sua terra interiore.
Nella "caduta" tutto accade come se il seme di un albero piantato nella terra di adamah affondasse le sue radici e spingesse la propria linfa senza che questa trovi la forza di aprirsi un varco verso la luce e di proseguire la crescita fino al frutto.
Tutto accade come se un errore di programmazione determinasse la sua energia a prendere per luce e le tenebre della terra e la inducesse a ripiombare nell'orizzontale e a produrre a tale livello frutti fallaci, in questo caso frutti dell'incoscienza dell'uomo!
Si ha il diritto di domandarsi se esista da qualche parte una porta che dia accesso al programma originale, antecedente la "caduta" e che permetta all'albero di ritrovare la strada giusta della verticalizzazione.
Tratto da "L'Egitto interiore di Annick de Souzenelle

venerdì 15 febbraio 2019

Le lettere della lingua ebraica


Per i mistici ebrei la loro lingua ha sempre corrisposto fisicamente alle cose che essa designa.
Il semplice scrivere una lettera ebraica poteva produrre un effetto unificante sulla mente e sul corpo, ponendo colui che scriveva a contatto con il mondo "superiore".
Imitando Dio, per così dire, il kabbalista "creava" nuovamente se stesso chiamando all'esistenza il suo più profondo potenziale spirituale attraverso la manipolazione delle lettere - base, forma e suono dell'universo fisico, gli strumenti con cui Dio aveva creato il mondo.
Tre lettere primordiali, aleph (א), mem (ם) e shin (ש), contenevano tutti gli elementi potenziali; seguivano dodici lettere "semplici", le quali fungevano da canali per l'energia divina che sostiene l'universo.
Essendo lui stesso composto di elementi, l'uomo, che è un microcosmo, riceve l'"impronta" da tutte queste lettere nella sua stessa persona.
La meditazione compiuta da un essere umano purificato su ciascuna lettera - che veniva proiettata attraverso la sfera o l'attributo divino corrispondente- equivaleva a una meditazione sull'intera Creazione.
Fatto della stessa sostanza fondamentale delle stelle, un uomo poteva divenire una cosa sola con ma stella più lontana: vibrando della stessa energia degli uccelli, un uomo poteva comprendere il loro linguaggio.
La pratica mistica ebraica presuppone che la parte possa essere presa letteralmente per il tutto.
Portando la parola fuori da se stessa, sciogliendola come fosse un gioco dalla sua accezione semantica e dissolvendola nel guidare i rapiti discepoli dal discorso razionale alla dimensione della percezione pura e non verbale, il maestro kabbalista (come il maestro Zen che presenta il suo paradossale koan) dirigeva il novizio al di là dell'ambito circolare e limitato del pensiero.
Utilizzando per gradi il pensiero e il suono, procedeva al di là del pensiero e del suono: "Apri la bocca nel pronunciare l'aleph (la A ebraica), ed estendi la mente da ciò che è localizzato all'illimitato", diceva Rabbi Nehuniah ben Hakana.
"La mente umana infatti non ha fine; mediante essa, l'uomo può discendere sino alla fine del mondo" .
Tra il Dio ineffabile e il conoscibile intercorre la Parola.
In quanto strumenti per il linguaggio umano, le lettere si combinano tra loro per produrre il pensiero: in quanto utensili della natura, esse producono gli elementi, i pianeti, i sessi e tutti gli esseri fisici.
Incise nella sfera della Sapienza sull'albero cosmico, le lettere ebraiche sono l'energia che sta dietro tutte le manifestazioni discendenti di forma e suono.
Per il kabbalista che cerca di unire le lettere alla loro sorgente originaria nella Corona, esse presentano un nome composito e un'esperienza diversa in riferimento all'Assoluto che le chiamò all'essere.
Le lettere non possono esistere in assenza della forma data loro dalle sfere che le contengono.
Ma in se stesse le sfere sono, in un certo senso, illusorie, mere immagini create dalla limitata mente umana nella sua laboriosa ascesa verso l'Uno.
Con parole molto simili a quelle di un seguace del Vedanta, Mosè Cordovero così si esprime:
In Se stesso il Creatore è insieme la conoscenza, il conoscitore e il conosciuto... Non esiste nulla che non sia unito a Lui e che Lui non trovi nella Sua stessa essenza.
Egli è il tipo di tutti gli esseri, e tutte le cose esistono in Lui nella loro forma più pura e perfetta...
Un brahmano di nome Padmanaba, istruito nella Kabbalah, spiega al discepolo il modo in cui le lettere dell'alfabeto ebraico, se articolato con la corretta intenzione spirituale, evocano i loro angeli corrispondenti:
Ciascuna lettera è governata da un angelo (che) è il raggio di un flusso delle virtù dell'Onnipotenza e delle qualità di Dio.
Gli angeli che dimorano nel mondo terreno e in quello celeste governano coloro che risiedono nel nostro mondo.
Le lettere formano le parole, le parole formano le preghiere e sono gli angeli che, designati dalle lettere e riuniti nelle parole scritte e pronunziate, operano le meraviglie che tanto stupiscono gli uomini ordinari"
Per il kabbalista le lettere rappresentano altrettante combinazioni di nome e forma che abbracciano il nostro universo fisicamente conosciuto...
Il kabbalista, volgendo "nome" è "forma" (adeguatamente elaborate nelle lettere pittografiche dell'alfabeto ebraico, che include anche i numeri e dimensioni) in una sorta di atomo divino, penetra nella lettera fino alla sua essenza, operando ogni sua possibile combinazione e permutazione permessa dalla natura, come per fare un balzo al di là di quest'ultima.
Egli manipola il nome di Dio, forza quintessenziale che pervade la materia nella sua totalità.
Con un potente sforzo unisce la sua energia umana con quella che irradia dalla Corona di tutto ciò che è, fu e sarà.
Mediante la forza che risiede da sempre nella parola, egli accosta il permanente all'impermanente, l'Uno al molteplice.
Percepita in questo modo, una lettera è ciò che rappresenta; è fisica in virtù della sua pronuncia da parte degli organi fisici; è spirituale in quanto collegata al mondo degli angeli; si moltiplica per formare il mondo dei nomi e degli oggetti, ma se ridotta al suo suono originario non diventa altro che il mormorio dell'universo, che vibra in un luogo ove la luce e il suono si fondono in un silenzio splendente.
Tratto da "Le vie della Kabbalah" di Perle Epstein

lunedì 11 febbraio 2019

La lingua degli uccelli nella mistica islamica


Qualche accenno alla tradizione islamica; qui il tema simbolico del viaggio degli uccelli è ricorrente e gli uccelli simboleggiano l'anima che, impigliata nei legacci del corpo, anela al ritorno all'Unità originale.
Anche in questo caso la lingua degli uccelli rappresenta la lingua esoterica per eccellenza.
Nel Corano (Sura XXVII, 15-44) nella narrazione dell'incontro tra Salomone e la Regina di Saba, si afferma che Allah diede a Salomone il dono di capire il linguaggio degli uccelli.
Un'upupa gli porta infatti notizie dal regno della sovrana e Salomone la rimanda indietro col compito di portare una lettera alla Regina.
Il tema dell'uccello in funzione di messaggero.
Un'upupa è pure la protagonista del poema Mantiq al-Tayr, ossia il Verbo degli Uccelli, celebrata opera della poesia mistica d'Oriente, una sorta di favola esoterica sul tema del "viaggio" (Saccone, 2007).
L'autore è Farid ad-din Attar, uno dei più famosi poeti mistici iraniani, vissuto tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo.
Nel poema è narrata la vicenda degli uccelli del mondo che guidati appunto dall'upupa si mettono in cerca del loro mitico sovrano Simurg che vive ai confini del mondo.
Nella forma del tipico poema a cornice, il testo rivela in modo trasparente il contenuto mistico e la finalità iniziatica.
Dietro la figura dell'upupa è infatti possibile scorgere quella del maestro sufi che guida attraverso "sette valli" - ovvero sette mistiche dimore spirituali - i discepoli verso la scoperta di Dio nella profondità del proprio sé.
Dei centomila uccelli che erano partiti ne arriveranno solo trenta a simboleggiare la strage di egoismi, illusioni e falsi attribuiti umani.
Anche René Guénon in Simboli della Scienza Sacra, dedica un capitolo alla lingua degli uccelli in riferimento alla tradizione islamica.
Cita in apertura un verso del Corano che dice: "E Salomone fu l'erede di David; e disse: 'O uomini! Siamo stati istruiti al linguaggio degli uccelli e colmati di ogni cosa ..".
Ricorda che gli uccelli sono utilizzati sovente come simbolo degli angeli e più precisamente degli stati superiori.
La lingua degli uccelli altro non sarebbe quindi che la lingua parlata dagli angeli.
Tale lingua coinciderebbe per Guénon con un linguaggio ritmato "poiché proprio sulla 'scienza del ritmo', che comporta d'altronde molteplici applicazioni, si basano tutti i mezzi che si possono usare per entrare in comunicazione con gli stati superiori".
La tradizione islamica afferma che Adamo parlasse in versi - cioè in un linguaggio ritmato - nel paradiso terrestre, ed il motivo per cui i libri sacri di tutte le tradizioni sono scritti in un linguaggio ritmato.
Tratto da "Il silbo, la lingua degli uccelli e le tradizioni iniziatiche: percorsi culturali scritti nel vento"

venerdì 8 febbraio 2019

La lingua verde


Nella tradizione alchemica e più in generale quella esoterica ricorre spesso il riferimento ad un linguaggio misterioso e antichissimo definito "lingua degli uccelli".
Il più noto di questi è quello che fa riferimento alla cabala ermetica, quel mitico linguaggio universale che esisteva prima della torre di Babele, da cui poi conseguì la diversificazione di tutte le lingue.
La lingua degli uccelli si suppone conservi l'essenziale della lingua madre dei Pelasgi, lingua primigenia degli idiomi occidentali, contente i fonemi derivanti dal primitivo linguaggio universale pre-babelico.
Definita anche "gaia scienza" o "lingua verde" era la lingua segreta, una sorta di codice che gli iniziati conoscevano per accedere alla pienezza del sapere.
Nell'ermetismo il volatile simboleggia ciò che è spirituale rispetto a ciò che è materiale.
In alcune basiliche, come sui capitelli del portale di S. Clemente in Casauria, a Torre s'è Passeri, in provincia di Pescara, si possono ammirare degli uccelli dalla testa umana, simbologia del resto molto usata anche nell'iconografia egizia.
La lingua degli uccelli è stata riportata alla attenzione degli studiosi di esoterico da Grasset D'Orcet e da Fulcanelli, pseudonimo di uno scrittore di libri di alchimia del XX secolo, la cui identità rimane avvolta nel mistero.
Fulcanelli, nel primo volume delle "Dimore Filosofali", in riferimento alla lingua degli uccelli, ricorda un passo di Hercule Savinien de Cyrano de Bergerac, scrittore e drammaturgo francese del Seicento, da alcuni ritenuto un alchimista e un iniziato.
Nel "Viaggio al Sole" (1662) Cyrano dà voce alla sua idea, espressa anche in altre opere, di una "lingua madre capace di cogliere ogni verità è di operare demiurgicamente sulla realtà "....
Ad una primigenia lingua madre si può cogliere un riferimento al mito di Orfeo e al noto passo della Genesi sulla torre di Babele, "secondo l'interpretazioni umanistica e rinascimentale che sollecita le fonti mitologiche e, armata del metodo allegorico della Cabala, volge le lettera delle Scritture a significati gnostici".
Quando Dio Ieri ho ad Adamo di imporre i nomi più adatti alle cose create, che definissero perfettamente le loro intime caratteristiche, Adamo avrebbe "parlato" nella lingua degli uccelli.
Avrebbe quindi usato la fonetica perfetta per condensare in una sola "parola" l'essenza di ogni cosa creata.
Pertanto, il significato dei libri sacri non sarebbero per nulla letterale, ma andrebbe ricreato invece nella fonetica, e dunque nell'importanza di ritrovare lo spirito attraverso il suono e la sua interpretazione cabalistica.
Tale interpretazione utilizza precisi riferimenti al simbolismo e all'iconografia, insieme all'abilità di svelare rebus e giochi di parole.
Tratto da "Il silbo, la lingua degli uccelli e le tradizioni iniziatiche; percorsi culturali scritti nel vento"

giovedì 27 dicembre 2018

Salvador Mundi


L'androgino è ciò che viene prima guardato da dopo: è ciò che di più simile all'indiviso si può concepire dopo che la separazione è avvenuta.
(Esoterismo dei numeri di V.D.Masherpa)


Appena ho visto questo quadro attribuito a Leonardo da Vinci (o a un suo allievo) ho fatto questo semplice esperimento tramite un'applicazione sul mio cellulare.
Mi è saltata subito all'occhio il fatto che il viso di questo Cristo avesse una spiccata dicotomia nei lineamenti.

All'inizio mi era sembrata una metà maschile e una femminile ma solo facendo questo esperimento ho notato che entrambi sono decisamente maschili..
Gesù e Giovanni Battista come nel quadro "la Vergine delle rocce"?
Questo scrivevo un anno fa circa...

Ad oggi posso aggiungere un'altra considerazione, i due volti possono riferirsi a Gesù e Giovanni non il Battista ma l'apostolo amato, colui che in realtà "cela" (adattato dalla Chiesa per occultare una presenza femminile nell'apostolato del Nazareno) la partecipazione attiva, se nonchè probabilmente la più significativa, nei 12 apostoli della Maria Maddalena.
Tra l'altro il colore della veste che i due volte condividono è tra il verde e l'azzurro; ricordiamo che il verde è il colore attribuito sia a Giovanni l'apostolo che alla Maddalena in più anche il colore dei capelli attribuiti a Maria di Magdala è il castano chiaro rossiccio...

Il "gioco" della barba, insieme agli altri indizi, può ricondurre proprio all'occultamento della Maddalena nella figura maschile: la barba ha come prerogativa il coprire parte volto... in questo caso potrebbe significare il  "celare".. il "nascondere"... in chiave simbolica il vero volto dell'apostolo amato.
Nel post ci sono altri riferimenti inequivocabili che  possono ricondurre a questa ultima considerazione fatta alla luce di ricerche più recenti che hanno fornito i particolari riportati.

"Mentre confrontavo tra loro le due immagini mi è venuto in mente questo: Leonardo (o chi per lui in questo caso), come altri pittori del suo tempo, e come sai, conoscevano i segreti del femminino sacro. 
Guarda la veste che indossa questo Cristo, sembra una veste femminile. 
Gesù, il Battista, una veste femminile... volendo, qui partirebbe un'associazione che forse è meglio non esporre per non sembrare blasfemi (anche perché certi discorsi verrebbero fraintesi)... però... si potrebbe anche aggiungere un altro elemento: il pianeta Mercurio è il governatore notturno del segno della Vergine (notturno: la luna, Maria Vergine, il femminino) e Mercurio è considerato un pianeta neutro, rappresenta l'ermafrodita ma anche l'unione degli opposti. L'autore, che sia Leonardo o meno, ha dipinto una metà del volto con dei tratti palesemente femminili. Può darsi che avesse in mente questo concetto mentre dipingeva il Salvator Mundi?"
Contributo di Alessandra Ricci

E poi unendo la mano che sembra formare un mudra esce fuori il fuoco sacro
Questa foto è il risultato dell'unione delle due metà escludendo il volto
Il fuoco sono i capelli
"Il calice con la fiamma è un simbolo che è stato adottato dagli unitariani universalisti"
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Unitariani_universalisti
Contributo di Alessandra Ricci

Oltre un  mudra sembra anche il simbolo gestuale del virgolettato (Vir-go) che può indicare "qualcosa che non è ma sembra.
Potrei aggiungere anche che la forma che si crea dai capelli potrebbe sembrare una vagina e di conseguenza il vero significato del Santo Graal.

Trovo curiosa anche quella della sfera considerando che conterrebbe alcune stelle del centro della Via Lattea... il latte, la Madre.
(contributo di Alessandra Ricci)
Questo lato del volto ha decisamente uno sguardo più dolce e il taglio degli occhi all'insù rispetto all'altro.
In generale ha una proporzione più perfetta e armoniosa dell'altra anche se allo stesso tempo sembra il più maschile, notiamo anche i capelli decisamente più femminili.
Sembra un androgino nell'androgino, come a mostrare che in ogni donna c'è una parte maschile e in ogni uomo ce n'è una femminile. 
In conclusione si può dire che nei dipinti di Leonardo da Vinci o attribuiti al Maestro si possono rivelare diversi enigmi, anche se sembra ovvio che il segreto di questo volto dovrebbe riguardare l'androgino formato da Gesù e la Maddalena non è detto che la dicotomia del viso del Salvador Mundi celi due volti maschili: il Cristo e il Giovanni Battista o addirittura entrambe le letture sono contenute in maniera simultanea. 
"Al di là di tutte le speculazione che si possono fare rimane comunque il fatto che il maschile e il femminile sono due principi intrinsecamente legati tra di loro in qualunque opera dell'arte sacra.
Se trovi uno trovi anche l'altro."
Alessandra Ricci 
In realtà ho notato un particolare nel dipinto "la Vergine delle Rocce"... di nessuno dei due bimbi  si mostra il sesso.. quindi l'interpretazione che i due fanciulli siano Gesù e Giovanni Battista potrebbe invece essere sbagliata!
Per quale motivo non potrebbero rappresentare il Salvatore e la Maddalena predestinati fin dall'infanzia?

Nell'AniMo Antico


lunedì 17 dicembre 2018

I miti


I miti ben delineati tanto deliziosamente raccontati di nuovo ai fanciulli hanno scarso peso sulla vera religione del popolo che se ne serviva come mezzi di espressione per gli insegnamenti spirituali.
Gli dei e le dee si fondono gli uni negli altri nella maniera più imbarazzante, sicché abbiamo la Venere barbuta e Ercole che indossa indumenti femminili
Le caratteristiche dei vari dei e dee venivano usati come una forma di scrittura mediante pittura per indicare precise idee astratte la cui convenzione era ben compresa dal clero.
Questo, avendo a che fare con una popolazione nella maggior parte illetterata in quanto la cultura era limitata a pochissimi, diceva saggiamente;
"Guardate questo simbolo e riflettete su questa storia; forse non saprete cosa significa, però state guardando nella direzione giusta, la direzione cui sorge la luce; e nella misura in cui siete capaci di riceverla, la luce scorrerà nella vostra anima se contemplate queste idee".
È probabile, fino ad essere quasi certo, che l'illuminazione data dai Misteri includesse la spiegazione della metafisica di quei miti.
Persefone, Diana, Afrodite, Era, tutte cambiano i loro simbolo, funzioni, caratteristiche e anche gli appellativi subordinati in una maniera sorprendente nei miti e nell'arte greca.
Lo stesso fanno Priapo, Pan, Apollo e Zeus.
La cosa migliore che possiamo dire di loro è che tutte le dee sono Grandi Madri e che tutti gli dei sono Datori di Vita; la differenza tra loro essendo non nella funzione, ma nel livello in cui funzionano.
Viene fatta una distinzione tra la Venere Celeste e la dea dell'amore terreno che ha lo stesso nome; colui che discerne può scorgere un'eguale distinzione e un'eguale sottostante identità, tra Zeus il Padre-Tutto e Priapo, egualmente addetto alla paternità, ma in un'altra maniera, uno essendo terreno e l'altro celeste.
Tuttavia, non ci sono due dei, ma solo un dio...La stessa forza funzionante a livelli diversi.
Questa è la chiave per la comprensione del significato del culto fallico, che ha una parte così importante in tutte le fedi antiche e primitive...
Nei miti greci in cui troviamo Forze-Terra positive come Pan che, in virtù del suo simbolismo-capra non può essere assegnato altrove che alla Sfera della Terra, in quanto il Capricorno è il più terreno della triplicità terrena.
Pan rappresenta il magnetismo positivo della terra che si precipita nel suo rientro al Padre-Tutto.
Cerere, d'altra parte, o Diana dai molti seni, entrambi Veneri molto terrene e tutt'altro che vergini, rappresentano la messa a terra finale della forza celeste nella materia densa.
Era, che è stata chiamata Venere Celeste o Afrodite Celestiale, rappresenta il ritorno della Forza-Terra che scorre velocemente verso il cielo ed è terra-positiva a un livello celeste.
Il vero significato sta nel far scendere la divinità nell'umanità nella speranza di elevare l'umanità alla divinità...
Tratto da "La Cabala mistica" Dion Fortune

lunedì 22 ottobre 2018

Il culto di Afrodite

È importante notare che Venere, o nella sua forma greca, Afrodite, non è affatto una dea della fecondità, come sono Cerere e Persefone; essa è la dea dell'amore.
Nel concetto greco della vita, l'Amore comprende molto più della relazione tra i sessi, esso include il cameratismo dei combattenti e la relazione tra insegnante e alunno.
Il greco riservava la semplice relazione fisica dei sessi alla sua moglie legittima... essa era una donna senza educazione, anche se di buona estrazione e non era incoraggiata a rendersi attraente o a esercitare le arti dell'amore.
Era ancor meno incoraggiata ad ad adorare la dea Afrodite che presiede gli aspetti superiori dell'amore.
Il culto di Afrodite era molto più della semplice prestazione di una funzione animale.
Era interessato nella sottile interazione della forza-vita tra due fattori; il curioso flusso e riflusso, lo stimolo e la reazione, che ha una funzione così importante nelle relazioni dei sessi, ma che si estende molto oltre la sfera del sesso.


Ci si attendeva che l'etera greca fosse una donna di cultura; tra esse c'erano tutte le gradazioni, dalla più alta alla più bassa, che si avvicinava alla geisha giapponese, alla più alta che teneva il suo salotto alla maniera delle famose bas-bleu francesi, ed erano donne di chiara virtù fisica alle quali nessun uomo avrebbe osato fare delle proposte sessuali; ma a causa del rispetto in cui la funzione del sesso era tenuta tra i greci è probabile che in nessuno strato della società l'etera si avvicinasse alla degradazione della moderna prostituta professionista.

La funzione dell'etera consisteva nel provvedere dell'intelletto dei suoi clienti, così come ai loro appetiti; essa era padrona di casa così come un'amante e ad essa ricorrevano filosofi e poeti per ricevere ispirazione e acuire la propria mente; in quanto ci si rendeva conto che non c'è più grande ispirazione per l'uomo intellettuale della società di una donna piena di vita e colta.
Nei templi di Afrodite l'arte dell'amore era coltivata diligentemente e le sacerdotesse erano addestrare fin dall'infanzia nelle sue pratiche.
Quest'arte però non era semplicemente quella di provocare passione ma soddisfarla adeguatamente a tutti i livelli della consapevolezza; non semplicemente mediante la gratificazione delle sensazioni fisiche del corpo, ma mediante il sottile scambio eterico del magnetismo e della polarizzazione intellettuale e spirituale. 

Questo elevò il culto di Afrodite sopra la sfera della semplice sessualità e spiega perché le sacerdotesse del culto ottenessero rispetto e non venissero assolutamente considerate come volgari prostitute anche se esse accoglievano chiunque.
Esse erano impegnate nel provvedere ad alcuni dei bisogni più sottili dell'anima umana mediante le loro arti sottili.
Tratto da "La Cabala mistica" Dion Fortune

venerdì 18 maggio 2018

I misteriosi uomini-pesce: Oannidi


Il mito degli dèi Serpente si fonde in maniera quasi naturale con l'immagine dei misteriosi uomini-pesce, meglio conosciuti con il nome di Oannidi.
La presenza in Terra degli Oannidi rappresenta uno degli enigmi più grandi del nostro passato.
Gli uomini-pesce sono frutto del mito della genesi anfibia.
Questi esseri, assimilabili anche ad Adamo, il nostro progenitore, sono presenti in molte culture.
Gli Indiani d'America hanno conservato nei loro racconti diverse allusioni riguardanti questo evento primordiale.
Secondo i nativi americani, gli Oannidi sarebbero creature di un mondo precedente, superstiti di un periodo interglaciale anteriore all'ultima glaciazione di Wurm, alla quale sarebbe seguito il Diluvio Universale.
Il loro aspetto era animalesco e tetromorfo ed essi, in seguito, avrebbero raggiunto il cielo stellato per cedere il posto in Terra a un nuovo genere umano: il nostro.
Gli Oannès (cosí venivano chiamati dai Greci) come creature anfibie, metà uomini e metà pesci, comparse nell'anno I e in tempi successivi, ma sempre nel periodo dei dieci re antidiluviani (tra cui Enoch) della storia babilonese.
Avevano due teste e quella di uomo era sottoposta a quella di pesce.
Alla sua coda si univano due piedi di uomo e anche la loro voce era umana.
Queste strane creature stavano insieme con gli uomini senza mangiare, offrendo cognizioni di lettere, di scienze, di metallurgia e di arti.
Insegnavano a innalzare templi, edificare città, istituire leggi, fissare i limiti dei campi attraverso regole sicure, seminare e raccogliere grani e frutti.
Un'opera di civilizzazione importante, senza la quale queste civiltà non avrebbero conosciuto il fasto e gli splendori futuri.
Quando il Sole tramontava, gli Oannès tornavano in mare per trascorrere la notte sott'acqua, a bordo del loro vascello.
Qualche studioso sostiene che gli Oannidi siano migrati quando Atlantide era ormai in fase di distruzione.
Essi lasciarono Atlantide giungendo con le loro navi nel Mare Erithuraeum, sino al Mar Rosso, alla terra dell'Indo e nel Golfo Persico, dando vita a civiltà basate sull'uso dei metalli.
Gli Enki erano sacerdoti sapienti sumeri, re dell'abisso primordiale (Abzu).
I loro collaboratori, invece, erano i sette Apkallu (in sumerico ap, acqua, abisso; ka o ha, bocca, pesce; lus, uomini).
L'etimologia stessa ci permette di ipotizzare profonde connessioni fra Oannidi e Apkallu.
Queste creature anfibie potevano essere in realtà visitatori extraterrestri o in base a un'altra tesi erano i superstiti di un'avanzata civiltà antidiluviana.
Tratto da "Enigmi, misteri e leggende di ogni tempo" di Stefano Mayorca

lunedì 14 maggio 2018

I miti "Serpenti"


Numerosi sono i miti che racchiudono riferimenti associati ai rettili quali dispensatori di cultura e sapienza.
Il popolo egizio adorava il serpente Rennutet, considerato come il padrone del granaio.
La serpe Thermuthis, invece, incarnava per gli Egizi la prima nutrice di Mosè.
Tra le rocce della necropoli egizia di Deir el-Medineh si può vedere una raffigurazione di Merseger, il serpente denominato "l'amica del silenzio", per sottolineare la sua appartenenza al regno dell'Oltretomba.
Infatti, era opinione diffusa che i serpenti, dimorando nel ventre della Terra, fossero a conoscenza dei misteri legati all'Aldilà e alle divinità infere che lo abitavano.
E' probabile che dietro la simbologia del serpente, quale animale totemico, si nascondesse in realtà il ricordo di una razza con particolari peculiarità fisiche e con un'intelligenza superiore, attributi che avevano resi leggendari questi esseri.
Nella sua veste di istruttore dell'umanità, il serpente si trasformò ben presto in un simbolo di sapienza presso tutte le civiltà.
Questa simbologia la ritroviamo nell'Ureus, la corona dei faraoni, che rappresentava il cobra lucente, ossia il potere inceneritore del dio.
Nel Libro dei Morti egizio, il dio Serpente Apopi (una divinità infera) era descritto come un animale gigantesco, che ogni giorno minacciava di sovvertire l'ordine cosmico insidiando la barca del Sole.
Apopi aveva accolto il dio Atum tra le sue spire all'interno delle quali aveva generato Shu (il dio cosmico che raffigurava l'atmosfera) e Tefnut (la dea primigenia dell'umanità).
Alla stregua del Lucifero cristiano, il Serpente Cosmico prenderà parte alla rivolta degli dèi del cielo schierandosi dalla parte del dio del male Seth.
Leggi anche: I "sacerdoti serpenti"
Tratto da "Enigmi, misteri e leggende di ogni tempo" di Stefano Mayorca

venerdì 2 febbraio 2018

La luce e le vetrate delle cattedrali gotiche


Le vetrate istoriate avevano la funzione di mostrare alla gente semplice che non conosceva le Sacre Scritture ciò in cui doveva credere.
Esse erano in grado di creare all' interno delle cattedrali un'atmosfera calda, luminosa e radiosa, che era accresciuta e completata dalla decorazione pittorica.
È sottintesa in tutto ciò una mistica della luce..
La luce è un attributo di Dio e ne trasmette il Verbo ai credenti.
La sua trasparenza è un miracolo, perché la luce è materia ma, a differenza di ogni altra sostanza, è capace, come Dio stesso, di attraversare i corpi senza spezzarli.
La chiesa deve essere di una luminosità abbagliante come il paradiso, perché la luce divinizza e conferisce bellezza.
Una luminescenza diffusa può essere percepita perfino di notte nelle abbazie cistercensi e nelle cattedrali che hanno conservato le vetrate originali.
A Chartres o a Notre Dame di Parigi i rossi, i gialli, i blu brillano nell'oscurità, quasi fossero proiezioni o manifestazioni indipendenti della luce fisica.
I colori illustrano le rappresentazioni della storia sacra, le immagini del Redentore, della Madonna e dei santi e mostrano una grande capacità di suggestionare i visitatori delle cattedrali.
L'impatto emotivo prodotto dalla cattedrale sul pellegrino era notevole: egli, ancora prima di comprendere la struttura, percepiva immediatamente di trovarsi a contatto con una manifestazione della divinità.
È come se le vetrate ardessero di un proprio fuoco, simile al "fuoco filosofico" che alimenta le fasi della "Grande Opera" alchemica; come se manifestassero gli stessi colori che i discepoli di Ermete distinguevano durante i loro procedimenti segreti.
I colori di per se emanano energia.
Recenti ricerche hanno dimostrato che le acque delle sorgenti "miracolose" di alcuni santuari come Lourdes, alle quali sono attribuite proprietà curative, contengono tutto lo spettro dei colori, mentre l'acqua proveniente dalle falde vicine non ha né l'intero spettro cromatico ne le qualità curative.
Per tutti questi motivi i vetrai erano considerati come gentiluomini e quindi ammessi a portare la spada, non certo perché dovessero risultare di nobili origini, ma per la nobiltà riconosciuta alla loro opera.
Tratto da "I segreti delle cattedrali' di Antonella Roversi Monaco

lunedì 22 gennaio 2018

Il Bafometto e i templari


Il Bafometto aveva testa d'uomo, di metallo o di legno, a volte con due o tre facce e la forma poteva variare.
Assomigliava a un reliquiario, tanto che a Parigi nella casa del Tempio fu trovata una di queste teste, che normalmente non erano nascoste nelle commende, ma perfettamente visibili, poste su mensole, e che dopo il processo dparirono.
Dentro la testa di Parigi furono trovati due ossicini di cranio umano.
L'etimologia del nome "Bafometto" non è chiara e gli studiosi si sono a lungo interrogati sulla radice di questo nome.
È stato detto che significava "battesimo e iniziazione" cioè Bephè e Meteos.
Un'altra ipotesi lo interpreta come Bapheus meté, che vorrebbe dire "tintore della luna", che nel linguaggio alchemico indica coloro che possono trasformare l'argento in oro e che sono pervenuti alla realizzazione della Grande Opera.
Alcuni hanno pensato invece che potesse trattarsi di "Maometto" anche perché il Linguadoca le moschee erano chiamate baphomeries.
Il popolo chiamava inoltre "teste di Maometto" certi automi o teste semoventi che si pensava fossero abitate dal diavolo.
Papa Silvetro II, astrologo e alchimista, aveva portato dalla Spagna una di queste "teste", che rispondeva con un si o con un no alle sue domande.
Pare che si trattasse di un automa che funzionava grazie a un sistema matematico binario.
Anche Alberto Magno, il maestro di Tommaso d'Aquino, ne possedeva una analoga.
A volte cornuto, barbuto, con le ali, ermafrodito come appare sul portale della chiesa si Saint Mèry nel quartiere templare di Parigi, questa figura, che richiama certamente il demonio nell'immaginario popolare, era in realtà un concentrato di simboli alchimistici.
L'idolo era una scatola che conteneva un segreto alchemico.
Il segreto alchemico era costituito da una pietra o un osso in grado di tramutare in oro o argento altri materiali.
La trasmutazione dei metalli vili in oro non è un fatto esclusivamente tecnico.
Un profano non è in grado di trasformare nulla, nemmeno se possiede la pietra o le formule.
La trasformazione in oro è il segno di una perfezione personale, individuale, raggiunta dall'alchimista.
Il Bafometto "parlava" ed era in grado di emettere oracoli, a causa di una speciale risonanza prodotta nel suo interno.
Nel processo queste cose non furono dette, dato che gli accusatori non erano a conoscenza del segreto e non sarebbero mai stati in grado né di far parlare il Bafometto né di utilizzare la pietra.
Al processo era stato detto che da questa testa derivava ogni potere...
I templari avevano quindi un collegio di alchimisti.
Fabbricavano l'oro e in ciò consisteva il segreto della loro ricchezza e potenza?
Più prosaicamente si può ritenere che certe nozioni valgano oro e che ricchezza e potenza derivino da questa conoscenza.
I templari ebbero come motto "non a noi Signore, non a noi, ma al nome Tuo dà gloria" e furono anche alchimisti fecero erigere la cattedrale "per la maggior gloria del Tuo nome, o Signore": la cattedrale come un crogiolo alchemico.
Tratto da "I segreti delle cattedrali" di Antonella Roversi Monaco

venerdì 19 gennaio 2018

La Spina e la Rosa Mistica



Nei pressi delle commende di Francia (case che svolgevano un ruolo guida nell'organizzazione templare del territorio, soprattutto in Francia) c'è spesso una località il cui nome richiama la "spina"; ad esempio Courbépine..
La rosa, con le sue spine, nacque nei giardini persiani e fu un'invenzione di giardinieri alchimisti persiani del X sec circa.
I Romani non la conoscevano.
La rosa è anche opera dei sufi, che possedevano particolari conoscenze.
Prima della rosa, con il termine "spina" ci si riferiva al biancospino, alludendo così anche alle spine che hanno coronato la testa di Gesù.
Nelle litanie la Madonna è chiamata quindi "Giglio tra le spine" (che diventerà successivamente "Rosa mistica").
È per motivi di questo genere che i templari furono così interessati al luogo della spina?
Non è l'unica ipotesi possibile: esiste anche la spina dorsale, che è l'asse del corpo umano, oppure la spada che punge come una spina.
Merlino chiamava la spada "spina dorsale del drago".
Secondo la religione induista il corpo umano è costituito da due poli: uno in basso che corrisponde all'osso sacro e l'altro in alto che corrisponde al cranio.
Esistono specifiche tecniche yoga mirate a far si che una certa forma di energia presente alla base della spina dorsale risalga attraversando i centri sottili posti lungo la stessa spina dorsale, fino alla sommità del capo.
Questo percorso corrisponde a un'illuminazione.
L'energia, paragonata a quella di un serpente arrotolato che si deve srotolare (Merlino parlava di drago) si chiama Kundalini.
Il serpente bibblico e il serpente Ureus che spunta dalla testa del faraone sono analoghe immagini del potere della Kundalini.
Durante il processo che concluse la loro storia, i templari rivelarono che esisteva un uso singolare nelle loro cappelle.
Il maestro baciava l'osso sacro, cioè la parte bassa della spina dorsale.

L'iniziatore aiutava con questa forma di sollecitazione il risveglio del serpente affinché questa forza potesse risalire.
Naturalmente la confessione di questa pratica che, a differenza di altre false ed estorte con la tortura, furono certamente vere, fece scandalo nel tribunale e forní l'occasione per accusare i templari di sodomia.
Pare che dei percorsi sotterranei conducessero dalle commende a queste "località della spina", come se si trattasse di un percorso iniziatico da compiere in determinate occasioni.
Tratto da "I segreti delle cattedrali" di Antonella Roversi Monaco

lunedì 15 gennaio 2018

I Templari, gli Assassini e i Sufi


I templari mente combattevano gli eretici, ebbero rapporti non di guerra, ma di cortesia, con i rappresentanti di confraternite esoteriche dell'Islam.
Vi fu senza dubbio un reciproco scambio di informazioni.
La più celebre confraternita è quella degli Assassini.
Erano cavalieri molto arditi, così chiamati perché usi, pare, a inebriarsi di hashish prima di compiere le loro imprese, che erano cruente e incutevano terrore.
La setta degli Assassini apparteneva al ramo cosiddetto ismaelita o sciita del mondo mussulmano, di ordine persiana e suddiviso in varie sette, come quella che ancora oggi ha la massima autorità spirituale nell'Aga Khan.
Gli Assassini erano agli ordini del leggendario Vecchio della Montagna che aveva ricavato un giardino sul monte Ansarieh, dove poteva entrare soltanto chi voleva diventare asciscin, ossia Assassino.
Il Vecchio iniziava i suoi giovani adepti con potenti arti magiche e li mandava a uccidere i suoi nemici.
Agli ordini del Vecchio non si limitavano ad ammazzare nobili crociati essi hanno avuto una parte importantissima nella lotta tra cristiani e mussulmani, ma all'occorrenza uccidevano anche personaggi di spicco del mondo mussulmano.
Il movimento ismaelita nacque infatti come una vera e propria religione esoterica in contrasto con l'ortodossia ufficiale dell'Islam ed era quindi in lotta con gli altri mussulmani.
I Templari mantennero, almeno ai più alti livelli dell'ordine, rapporti con gli Assassini, ma non solo con loro.
Furono in contatto anche con il Sufismo che rappresentava la via mussulmana all'iniziazione.
I Sufi si dedicavano alle discipline spirituali, erano divisi in varie comunità che si richiamavano ognuna a un santo maestro (vivo o defunto).

Il rapporto tra maestro e discepolo è essenziale nel Sufismo e in ciò consiste il suo contenuto iniziatico originario, che si è successivamente strutturato fino a generare complesse gerarchie.
Può sembrare strano che i Templari abbiano coltivato rapporti con il mondo che in teoria avrebbero dovuto combattere, ma la questione è più complessa.
Gli Assassini non erano i sanguinari sicari che la leggenda descrive, benché temibili.
Essi appartenevano a una setta dall'originale e profondo pensiero religioso e filosofico, ricco di caratteri esoterici.
Anche i Templari erano un'organizzazione esoterica e ciò aiutava ad abbattere le barriere esistenti, dato che lo scopo e la ragion d'essere di queste organizzazioni nascoste è la conoscenza.
Chi abbia raggiunto un alto grado di conoscenza, o di iniziazione, riconosce immediatamente un suo simile, anche se questo parla arabo ed è dall'altro lato del campo di battaglia.
Questi rapporti non devono diventare però di dominio pubblico
Templari e Assassini non facevano parte dunque delle stessa organizzazione, ma le loro organizzazioni avevano dei caratteri comuni, come ve ne sono tra tutte le associazioni a carattere iniziatico, che possono aver generato talvolta anche rapporti reciproci.
Tratto da "I segreti delle cattedrali" di Antonella Roversi Monac
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