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venerdì 21 giugno 2019

Il pitagorismo e le donne


Nella concezione pitagorica figurano elementi caratteristici di puro spirito greco, l'accentuazione che in essa hanno il mondo dei numeri, una sapienzialità soprattutto contemplativa, la dottrina delle rinascite, il dualismo insito nel considerare il corpo come una prigione contaminante, e altro ancora, rimanda a concezioni e ad una linea tradizionale di spirito non-indoeuropeo.
Significativa è la parte importantissima che ne pitagorismo ebbe l'elemento femminile.
Pitagora ammise nella sua scuola anche le donne.
Non solo anch'esse venivano iniziate, ma si parlò perfino di donne pitagoriche e di madri pitagoriche in funzione di iniziati.
Secondo la tradizione, la scuola pitagorica contò più discepoli di sesso femminile di tutte le altre messe insieme.
"Vi sarebbe stata infine... una sessione per le donne, con iniziazione parallela, ma diversa, per adattarla alle esigenze del loro sesso" ("I grandi iniziati. Volume secondo" di Edoardo Schuré)
Pitagora soprattutto nelle donne avrebbe riconosciuto la disposizione religiosa.
Si vuole anche che la maggior parte dei suoi precetti morali egli li avesse avuti da una giovane donna, Teoclea o Temistoclea, sacerdotessa a Delfo, a cui poi avrebbe affidato una parte essenziale nel ravvivamento del culto apollineo.
La riforma pitagorica della vita coniugale;
Gli appartenenti a gruppo interno non erano tenuti ad una vita distaccata del mondo.
Il pitagorismo non ebbe caratteri ascetici e monastici.
Fra l'altro il celibato non era d'obbligo per nessuno.
Viene riferito che Pitagora avrebbe indotto i crotoniati ed altri abitanti della Magna Grecia a rinunciare a ciò che in tutta l'antichità era considerato come un completamento naturale e legittimo del matrimonio, ossia all'uso delle concubine e delle etère, non solo, egli avrebbe moralizzato le donne, spingendole a privarsi di ogni veste lussuosa e di ogni ornamento, sì che esse avrebbero abbandonato e deposto tutto ciò nel tempio di Hera.
È di evidente ispirazione femminile, riflette la legge demetrica.
Teano, moglie di Pitagora (secondo altri, sua figlia) sarebbe stata colei che dopo la  morte del Maestro avrebbe quasi assunto la direzione della corrente pitagorica.
"Onore alla donna sulla terra e nel cielo - diceva Pitagora con tutti gli iniziati antichi; - essa ci fa comprendere questa grande Donna, la Natura.
Che essa ne sia l'immagine santificata e che ci aiuti a risalire per gradi sino alla grande Anima del Mondo, che partorisce, conserva e rinnova, sino alla divina Cibele, che trascina il popolo delle anime nel suo manto di luce!"
"Dio non è l'uomo solo, ma l'uomo e la donna"
Tratto da "Pitagora. I versi d'oro" edizioni Atanòr

venerdì 14 giugno 2019

Il Monte Sinai e Jetro il sorvegliante di Dio


Al di là del Mar Rosso e della penisola sinatica, nel paese di Midian, v'era un tempio, che non dipendeva dal sacerdozio egiziano.
Questa regione si estendeva come una striscia verde fra il golfo elamitico ed il deserto d'Arabia.
Lontano, al di là del braccio di mare, si scorgevano le masse cupe del Sinai ed il suo vertice nudo.
Incastrato fra il deserto e il Mar Rosso, protetto da una massa vulcanica, questo paese isolato era  al coperto dalle invasioni.
Il suo tempio era consacrato ad Osiride, ma vi si adorava anche il Dio sovrano sotto il nome di Elohim, giacché questo santuario, di origine etiopica, serviva di centro religioso agli arabi, ai leviti ed agli uomini di razza nera, che cercavano l'iniziazione.
Così già da secoli il Sinai e l'Horeb erano il centro mistico di un culto monoteista.
La grandezza nuda e selvaggia della montagna, che si innalza unica tra l'Egitto e l'Arabia, risvegliava l'idea del Dio unico.
Molti semiti si recavano là in pellegrinaggio per adorare Elohim.
Essi andavano a dimorare per alcuni giorni, digiunavando e pregando, nelle caverne e nelle gallerie scavate nei fianchi del Sinai.
Ma prima di questo andavano a purificarsi ed a farsi istruire nel tempio di Midian.
Il gran prete di Midian, ossia il raghel (sorvegliante di Dio), si chiamava Jetro. Era un uomo di pelle nera, appartenente al tipo più puro dell'antica razza etiopica che quattro o cinque mila anni prima di Ramses aveva regnato sull'Egitto.
Jetro possedeva tesori di scienza accumulati nella sua memoria e nelle biblioteche di pietra del suo tempio, ed era poi protettore degli uomini del deserto, libici, arabi, semiti nomadi.
Jetro era il padre spirituale di quegli indomiti, di quegli erranti, di quei liberi.
Egli conosceva la loro anima, egli presentiva il loro destino.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

lunedì 10 giugno 2019

L'espiazione dei preti di Osiride


Quando un prete di Osiride aveva commesso un omicidio, anche involontario, egli doveva perdere il beneficio della sua risurrezione anticipata "nella luce di Osiride", privilegio che aveva ottenuto mediante le prove dell'iniziazione, e che lo poneva molto al sopra degli uomini comuni.
Per espiare il suo delitto, per ritrovare la sua luce interna, doveva sottoporsi a prove più crudeli, esporre se stessi ancora una volta alla morte.
Dopo lungo digiuno, e per mezzo di certe bevande, il paziente veniva immerso in un sonno letargico; poi veniva deposto in una caverna del tempio.
Restava là vari giorni, talvolta anche delle settimane.
Durante questo tempo egli faceva un viaggio nell'al di là, nell'Erebo o nella regione dell'Amenti, dove vagano le anime dei morti, che non si sono ancora distaccate dall'atmosfera terrestre.
Là egli doveva cercare la sua vittima, subire le sue angosce, ottenere il suo perdono ed aiutarla a trovare il cammino della luce.
Allora soltanto si considerava ch'egli avesse espiato il suo omicidio, allora soltanto il suo corpo astrale s'era lavato dalle macchie nere, di cui lo insozzavano il soffio avvelenato e le imprecazioni della vittima.
Ma da questo viaggio, reale od immaginario, il colpevole poteva benissimo non tornare più, e spesso, quando i preti andavano per risvegliare l'espiatore dal suo sonno letargico, non trovavano altro che un cadavere.
Tratto da "I grandi iniziati.Volume primo" di Edoardo Schuré

venerdì 31 maggio 2019

La Sfinge


Di fronte a Babilonia, tenebrosa metropoli del dispotismo, fu l'Egitto vera cittadella della scienza sacra nel mondo antico, scuola dei più illustri profeti suoi, rifugio e fucina delle più nobili tradizioni per l'umanità.
La storia sua fu scolpita in pagina di pietra.
Per quanto si nettino i suoi monumenti e si decifrino i geroglifici, non possiamo ancora penetrare il profondo arcano del suo pensiero, perché questo arcano è la dottrina occulta dei suoi sacerdoti, prudentemente velata sotto i misteri, ci mostra nello stesso tempo l'anima dell'Egitto, il segreto della sua politica e la principale sua funzione nella storia universale.
In quei templi, in quelle cripte e in quelle piramidi maturava la grande dottrina del Verbo-Luce, della Parola universale, che Mosè avrebbe poi rinchiuso nell'arca d'oro e di cui Cristo sarebbe stato la face vivente. 
La prima civiltà egiziana risale all'antica razza rossa.
Opera sua è la colossale Sfinge prossima alla grande piramide, e nel tempo in cui non esisteva il delta, formato in seguito dalle alluvioni del Nilo, il mostruoso e simbolico animale era già sdraiato sulla sua collina di granito avanti alla catena dei monti libici e guardava il mare infrangersi ai piedi suoi, là ove oggi si stendono le sabbie del deserto.
La Sfinge, prima fra le creazioni dell'Egitto, è divenuta il suo simbolo principale, la sua insegna.
Fu scolpita dal più antico sacerdozio umano.
Testa d'uomo che esce da un corpo di toro, che ha gli artigli di leone e ripiega le sue ali d'aquila sui grossi fianchi, è Iside terrestre, la natura nella vivente unità dei suoi regni; poiché quegli antichissimi sacerdoti già sapevano ed insegnavano che nelle grande evoluzione la natura umana emerge dalla natura animale.
In questo insieme del toro, del leone, dell'aquila e dell' uomo, sono anche racchiusi i quattro animali della visione di Ezechiele, rappresentanti i quattro elementi costitutivi del microcosmo e del macrocosmo: acqua, terra, aria, fuoco, base della scienza occulta.
Quando gli iniziati verranno il sacro animale sdraiato sulla soglia dei templi o nel fondo delle cripte, sentiranno questo mistero vivere in se stessi e ripiegheranno tacitamente le ali dello spirito sulle verità interiori; e prima di Edipo sapranno che l'enigma della sfinge è l'uomo, il microcosmo, l'agente divino che riassume tutti gli elementi, tutte le forze della natura.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

lunedì 8 aprile 2019

Il nuovo ruolo della donna, sacerdotessa del fuoco sacro


Il capolavoro di Rāma, lo strumento civilizzatore per eccellenza creato da lui, fu costituito dal nuovo compito che assegnò alla donna.
Fino a quel tempo l'uomo non aveva conosciuto la donna se non sotto una duplice forma; o quella di una miserabile schiava della sua capanna, che egli calpestava e  maltrattava brutalmente, o quella di una torva sacerdotessa della quercia e della roccia, dalla quale si attendeva favori e che contro la sua volontà lo dominava.
Maga affascinante e terribile, della quale egli temeva gli oracoli e dinanzi alla quale tremava la sua anima superstiziosa.
Il sacrificio umano era la rivincita, che la donna si prendeva sull'uomo quando poteva immergere il coltello nel cuore del suo selvaggio tiranno.
Ma Rāma, proscrivendo tale culto  spaventevole e risollevando da donna di fronte all'uomo nelle sue divine funzioni di sposa e di madre, ne fece la sacerdotessa del focolare, protettrice del fuoco sacro, uguale al marito e invocante con lui le anime venerate degli avi.
Avi non più evocati dalle sacerdotesse crudeli sulle aspre rocce grondanti di sangue umano, ma nella pace del focolare dai consorti uniti in una stessa preghiera, in uno stesso inno di adorazione ispirato dal fuoco purificatore.
Così quel visibile fuoco dell'altare, simbolo e veicolo dell'invisibile fuoco celeste, unirebbe la famiglia, il clan, la tribù e tutti i popoli, qual centri in terra del vivente Iddio.
Rāma, dicono i libri sacri dell'Oriente, era divenuto padrone dell'India e re spirituale della terra per virtù dell'energia del suo genio e della sua bontà, sicché sacerdoti, re e popoli si inchinavano davanti a lui come davanti ad un celeste benefattore e ciò perché sotto il simbolo dell'ariete si diffuse nei più lontani paesi quella legge ariana che proclamava l'uguaglianza fra vinti e vincitori, l'abolizione della schiavitù e dei sacrifici umani, il rispetto della donna nel focolare, il culto degli avi e l'istituzione del fuoco sacro, visibile simbolo del Dio innominato.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

lunedì 25 marzo 2019

La differente scrittura dei popoli semiti e ariani

Per quale motivo tutti i popoli semiti scrivono da destra a sinistra, e perché tutti i popoli ariani scrivono invece da sinistra a destra?
La ragione è in pari tempo strana ed originale, poiché evoca davanti ai nostri occhi una vera visione del passato perduto.
È noto a tutti come nei tempi preistorici non v'era la scrittura volgare, l'uso della quale si estende soltanto con la scrittura fonetica, ossia l'arte di rappresentare con lettere lo stesso suono delle parole.
Ma la scrittura geroglifica, ossia l'arte di rappresentare le cose con segni di ogni genere è antica quanto la civiltà umana e, in questi tempi primitivi, fu sempre il privilegio del sacerdozio, essendo considerata quale cosa sacra, quale funzione religiosa e primitivamente come ispirazione divina.
Quando nell'emisfero australe i sacerdoti della razza nera o del sud tracciavano i loro segni misteriosi su pelli di bestie, o tavole di pietra, avevano costume di volgersi verso il polo sud e dirigere la mano verso l'Oriente fonte della luce.
Così scrivevano da destra a sinistra.
I sacerdoti della razza bianca o nordica impararono la scrittura dei sacerdoti neri e cominciarono a scrivere come questi, ma quando si fu sviluppata in essi, col sentimento della loro origine e dell'orgoglio della razza, la coscienza nazionale, inventarono i segni propri e invece di volgersi verso il Sud, paese dei neri, si volsero al Nord, paese degli avi, continuando però a scrivere verso l'Oriente.
Così avvenne che loro caratteri andarono da sinistra a destra, come vediamo nei runici celti, nello Zend, nel sanscrito, nel greco, nel latino ed in tutte le scritture delle razze ariane.
Esse corrono verso il sole, fonte della vita terrestre, ma guardando il Nord, patria degli avi e misteriosa sorgente delle aurore celesti.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

Quando ci si rivolge verso il sole nascente, il Sud è designato come il "lato destro" (yamîn o ayman), e il Nord come "lato sinistro" (shemôl in ebraico, shimâl in arabo); ma può anche darsi che l'orientamento sia fatto volgendosi verso il sole al meridiano, e allora il punto che si ha davanti non è più l'Oriente, ma il Sud: questo spiega perché, in arabo, il lato Sud, fra le altre denominazioni, ha anche quella di qiblah, e perché l'aggettivo qibli significa "meridionale".
Questa parola nell'Islam designa anche l'orientamento rituale..
L'ortografia della parola qiblah è esattamente identica a quella dell'ebraico qabbalah.
Ogni lingua sacra viene considerata rappresentante di una certa modalità della lingua primitiva... Inoltre essa determina una "direzione" che attraverso la successione dei tempi, orienta il ciclo verso la sua fine e lo ricongiunge all'origine... Che lo ricollega armonicamente agli altri cicli.
René Guénon "Forme tradizionali e cicli cosmici"

venerdì 15 marzo 2019

Le razza rossa, la razza nera e la razza bianca

La razza rossa occupava il continente australe oggi sommerso; quel continente che Platone, seguendo le tradizioni egiziane, chiamò Atlantide.
Un formidabile cataclisma lo distrusse in parte e ne disperse gli avanzi.
Molte razze polinesiane, come anche gli indiani dell'America del Nord e gli Aztechi trovati nel Messico, sono i superstiti di quella antica razza rossa, la cui realtà ormai perduta per sempre, ebbe una vita fulgida di gloria e splendori.
Dopo questa, la razza nera entrò nel dominio.
Bisogna cercarne il tipo superiore anziché nel nero degenere, nell'abissino e  nel nubiano, in cui si conserva il modello della razza giunta già dall'apogeo.
I neri invasero il sud dell'Europa nei tempi preistorici e ne furono scacciati dai bianchi.
Il loro ricordo si è cancellato completamente dalle nostre tradizioni popolari; essi vi hanno però lasciato due impronte indistruttibili; l'orrore del dragone, che fu l'emblema dei loro re, e l'idea che il diavolo è nero.
I neri restituirono l'ingiuria alla razza rivale facendo il bianco il diavolo loro.
Nei tempi della loro sovranità i neri ebbero centri religiosi nell'alto Egitto e nell'India, e le loro città ciclopiche si estendevano lungo le creste montuose dell'Africa, del Caucaso e dell'Asia centrale.
La loro organizzazione sociale consisteva in una teocrazia assoluta.
Al sommo della scala sociale stavano i sacerdoti, temuti come dei, all'imo tribù brulicante, senza famiglia riconosciuta con la donna schiava
Questi sacerdoti avevano conoscenze profonde fra le quali il principio dell'unità divina dell'universo e il culto degli astri, che sotto il nome di sabeismo si infiltrò presso i popoli bianchi.
Ma fra la scienza dei sacerdoti neri e il grossolano feticismo delle masse non c'erano intermediari, non c'era arte idealista, né mitologia suggestiva.
In questa razza, possente per la resistenza fisica e l'energia passionale e la capacità di attaccamento, la religione rappresentò il regno della forza terrificante.
La natura e Dio non apparvero quasi alla coscienza di questi popoli fanciulli che era sotto la forma del dragone, il terribile animale antidiluviano dipinto sulle bandiere dei re e scolpito dai sacerdoti sulla porta del loro templi.

Se il sole africano ha generato da razza nera, si può dire che i ghiacci del polo artico hanno veduto spuntare la razza bianca.
Sono i popoli iperborei, di cui parla la greca mitologia, uomini dai rossi capelli e dall'occhio glauco, discesi dal Nord attraverso le foreste illuminate dai bagliori boreali, seguiti da cani e da renne, comandati da capi temerari e spinti da donne veggenti.
Crini d'oro e occhi azzurri; colori predestinati.
Questa razza doveva inventare il culto del sole e del fuoco sacro, recando fra gli uomini la nostalgia del cielo, contro il quale talvolta sentirà impulsi di ribellione fino a tentarne la scalata, mentre altre volte si postrernerà davanti ai suoi splendori in una adorazione assoluta.
Come le altre razze, anche la razza bianca dovete liberarsi dallo stato selvaggio prima di assumere coscienza di sé.
Segni suoi distintivi sono l'amore alla libertà individuale, la sensibilità riflessa, che crea il potere della simpatia, e il predominio dell'intelletto che dà all'immaginazione un'inclinazione idealista e simboleggiante.
La sensibilità dell'anima produce l'attaccamento, la preferenza dell'uomo per una sola donna e quindi la tendenza di questa razza alla monogamia donde il principio coniugale e la famiglia.
Il bisogno di libertà, congiunto con quello della socialità, creò il clan col suo principe elettivo, e l'immaginazione ideale creò il culto degli avi, radice e fulcro della religione presso i popoli bianchi.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

lunedì 11 marzo 2019

Le origini dell'umanità secondo la tradizione esoterica


Le quattro razze che presentemente si dividono il globo, sono figlie di terre e di zone diverse e i continenti, emersi dal mare ad intervalli considerevoli, che gli antichi sacerdoti dell'India chiamavano cicli interdiluviani, sono creazioni successive e lente elaborazioni della terra operosa.
Attraverso le migliaia di anni ogni continente ha prodotto la sua flora, la sua fauna coronate da una razza umana di vario colore.
Il continente australe, sommerso dall'ultimo grande diluvio, fu la culla della razza rossa primitiva e gli indiani d'America non sono che i residui derivati da trogloditi, i quali si rifugiarono sulla cima dei monti quando il loro continente scomparve.
L'Africa è madre della razza nera, che i greci dissero etiopica, e l'Asia diede alla luce la razza gialla, che si conserva nei cinesi.
La razza bianca, ultima venuta, uscì dalle foreste dell'Europa fra le procelle dell'Atlantico e i sorrisi del Mediterraneo.
Tutte le varietà umane risultano da miscugli, accozzaglie, degenerazioni o selezioni di queste quattro grandi razze.
Nei cicli precedenti, la razza rossa e la razza nera hanno regnato successivamente con civiltà potentissime, che hanno lasciato tracce nelle costruzioni ciclopiche e nell'architettura del Messico.
I templi dell'India e dell'Egitto contenevano dati e tradizioni sommarie riguardanti queste civiltà svanite.
Nel ciclo presente la razza che domina è quella bianca e, misurando la probabile antichità dell'India e dell'Egitto, si può far risalire la sua preponderanza a sette o ottomila anni
Questa divisione in quattro razze successive ed originarie era ammessa dai più antichi sacerdoti dell'Egitto e rappresentata con quattro figure di tipo e colore diversi nelle pitture del sepolcro di Seti I a Tebe.
La razza rossa ebbe nome Rot; quella asiatica, di colore giallo ebbe nome Amu; la razza africana, di colore nero, Halasiu; e la razza libico-europea, di colore bianco e con i capelli biondi, Tamahu.
Stando alle tradizioni bramaniche, la civiltà avrebbe cominciato a mostrarsi sulla nostra terra nel continente australe con la razza rossa, quando l'Europa intera e parte dell'Africa erano ancora sotto il livello delle acque.
Queste mitologie parlano anche di una razza anteriore di giganti, e in talune caverne del Tibet si rinvennero ossa umane gigantesche, la cui conformazione rammenta più la scimmia che l' uomo.
Esse appartengono ad un'umanità primitiva, intermediaria, ancora prossima alla animalità e priva di linguaggio articolato, di organizzazione sociale e di religione.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

Il significato letterale del nome Adam è "rosso", la tradizione atlantidea essendo stata precisamente la tradizione della razza rossa; sembra anche che il diluvio biblico corrisponda direttamente al cataclisma in cui sparì Atlantide, e di conseguenza non possa essere identificato con il diluvio di Satyavarata il quale, secondo la tradizione indù, che procede direttamente dalla Tradizione primordiale, precedette immediatamente l'inizio d nostro Manvantara.
Il ciclo atlantideo pare essere stato preso come base della tradizione ebraica, che la trasmissione sia avvenuta attraverso gli Egiziani. 
René Guénon "Forme tradizionali e cicli cosmici"

venerdì 21 settembre 2018

Breve escursus sulle origini dell'alchimia


Nel II-III secolo d.C., con ogni probabilità si origina la divulgazione delle tecniche metallurgiche che fanno capo all'Egitto.
Nel III secolo, in particolare, prende vita l'elaborazione di tecniche innovative mirate alla trasformazione (Tintura) dei metalli e delle apparecchiature ausiliari, indispensabili alla distillazione, che vengono descritte in alcune opere posteriori raffigurate anche nei manoscritti alchimici.
Tra gli alchimisti dei primordi ricordiamo Chimes, Ostane, Ermete, Iside, Pibechios, Agatodemone, nomi fittizi naturalmente, e gli alchimisti ebrei.
Tra questi nomi non dobbiamo dimenticare Maria l'ebrea, a cui si deve il trattato sui forni, purtroppo perduto, in cui si spiegava la tecnica di costruzione di queste apparecchiature specificamente alchimiche.
Non meno importante è Zosimo di Panopoli, il quale menziona Maria e palesemente fa riferimento all'insegnamento di quest'ultima.
Zosimo è stato il primo autore di alchimia di cui permangono gli scritti.
Nel IV secolo fanno la loro comparsa le più antiche testimonianze scritte in materia, come le ricette per la fabbricazione dell'oro, delle gemme e dei coloranti.
Pensiamo ai Papiri di Leida, conservati al Rijksmuseum, e a quelli di Stoccolma custoditi alla Kongelike Bibliotek
Il corpo dottrinario che esplica la scienza della trasmutazione dei metalli e le pratiche annesse, i simboli, vengono acquisiti e recepiti anche dal mondo islamico.
In questo periodo vengono vergati i primi commenti sull'argomento a opera di Sinesio e di Olimpiodoro, dedicati al lavoro alchimico dello pseudo Democrito e di Zosimo.
Persino all'Imperatore Giustiniano (527-565) vengono attribuiti testi sull'alchimia, secondo quanto tramandato da alcuni alchimisti posteriori.
Stefano l'alchimista redige le sue Lezioni (o Pràxseis) d'alchimia, dedicandole all'Imperatore bizantino Eraclito.
Lo stesso Eraclito viene indicato come autore di scritti sulla produzione dell'oro.
Altro testo interessante risulta il lavoro creato, a quanto sembra, da Cleopatra (Chrysopeia), incentrato sulla figura simbolica dell'Ouroboros.
In tale contesto si profila la simbologia dell'unione nuziale.
Giabir (721-765 o 822 a.C) il grande alchimista arabo, introduce alcuni elementi alchimici di notevole valore sperimentale nell'ambito del mondo islamico.
Tali concetti affondano le loro radici nella scienza cosmologica di origine orientale.
Tratto da "La scienza dell'Hermes" di Stefano Mayorca

lunedì 17 settembre 2018

Esperimenti umani: già dalla fine del medioevo, metafora o verità?


Tratto dagli scritti di Paracelso un aneddoto che fa pensare che già nel medioevo (e addirittura dall'antichità più remota), l'uomo fosse in grado di creare un essere da un utero esterno, sappiamo al giorno d'oggi che si può impiantare un embrione in un utero in affitto o precisamente detto "surrogato";
E non tutti sanno che sono stati creati addirittura degli uteri artificiali (in sperimentazione ancora....forse);
https://www.internazionale.it/opinione/chiara-lalli/2016/05/16/utero-artificiale-donne-liberta
Ma andiamo a leggere come, secondo Paracelso, esisteva il segreto dell'omuncolo, ricordando che egli nacque nel 1493 e morí nel 1541, un'epoca che nell'immaginario collettivo non possedeva le tecnologie odierne nel campo medico/biologico...
Ricordiamo anche quanto la vita di Paracelso fu osteggiata dai suoi contemporanei perché lo ritenevano bizzarro...
Forse egli voleva trasmettere all'umanità ciò che sapeva ed era questo il vero motivo per il quale era tanto disprezzato dagli uomini del suo tempo?
 Ricordiamo che anche oggi esiste il "fango mediatico" per tutti coloro che cercano di divulgare notizie che vanno contro l'informazione "ufficiale"..
Ma questo stralcio trascritto da una raccolta di testi paracelsiani sicuramente contiene la metafora dell'alchimista, quale lui era, ed io c'ho solo visto una possibile verità materialmente possibile...  eppure il dubbio mi ha sfiorato la coscienza e la curiosità...  sappiamo bene quante balle vengono raccontate sul teorico sottosviluppo scientifico delle epoche passate...forse questo può essere un esempio.. 
Ovviamente un abominio per la Chiesa che allora aveva molto più potere dei censura..
Ma passiamo al testo del grande Paracelso di seguito riportato;
   
"Di dubbio e problema non piccolo fra gli antichi filosofi, se la natura e l'arte fossero capaci di generare un uomo dal corpo di una donna e senza una madre naturale.
Io rispondo che ciò non è affatto contrario all'arte spargirica ed alla natura ma che anzi è ben possibile.
Ed ecco il procedimento:
Il seme d'un uomo viene fatto putrificare in un ventre equino con la massima putrificazione e per 40 giorni o anche più a lungo, finché non diventa vivo e mobile, ciò si può constatare facilmente.
Dopo questo tempo comincerà a somigliare all'uomo in certo modo, ma trasparente in un corpo.
Se dopo di ciò lo si nutrirà abbondantemente con l'arcano del sangue umano per 40 settimane e se lo si  conserverà nel calore uniforme del ventre equino, ne nascerà un vero e vivo fanciullo umano... molto più piccolo e noi lo chiameremo omuncolo... esso sarà educato con molta cura...finché non giungerà all'età dell'intelligenza.
Questo è uno dei segreti più alti e grandi che Dio abbia rivelato all'umanità mortale e peccatrice, poiché si tratta... di una grande opera di Dio, di un segreto dei segreti ed è giusto che esso debba restare segreto fino al tempo dei tempi, in cui nulla sarà più nascosto ma tutto sarà rivelato.
...i silvestri, le ninfe e giganti ne sapevano sin dai tempi antichi in cui nacquero poiché essi e gli altri mostri consimili...furono usati come strumenti per le grandi opere di Dio e riportano delle  grandi e potenti vittorie sui loro nemici..
Essi ricevono la loro vita per arte...perciò l'arte resta incorporata ed innata in loro; essi non l'imparano da nessuno, bensì è da loro che bisogna impararla.
Essi sono nati e cresciuti per arte... somigliano perciò agli spiriti e non agli uomini per la loro forza e per le loro opere"




Concludo dicendo che come la vera alchimia ha una valenza più simbolica che letterale, e quindi interiore che chimico/scientifica, anche questo scritto paracelsiano potrebbe avere un significato prettamente simbolico e animico che non riguarda sperimentazioni umane...Sta di fatto che oggi siamo arrivati a tecnologie mediche che rendono in parte veritiero questo "segreto dei segreti" di cui parla Paracelso..

venerdì 4 maggio 2018

Il presupposto della medicina cinese


Yang e Yin sono due principi di carattere opposto, che però si attirano e si completano a vicenda, rimanendo sempre in uno stato di instabilità e di continuo movimento.
Da essi nascono i cinque elementi originari che costituiscono ogni cosa e ogni essere vivente nell'universo: metallo, legno, acqua, fuoco, terra.
Yang è la potenza maschile attiva, il sole, il calore, la secchezza, la vita, l'intelligenza.
Yin è il principio femminile inattivo, la notte il buio, il freddo, il riposo.
Ogni cosa è prevalentemente, ma non totalmente, Yin o Yang in quanto porta in sé un piccolo il dualismo universale.
Gli esseri e le cose caricati di attività opposte si attirano, quelli caricati di attività uguali si respingono.
Yin genera Yang, Yang genera Yin.
Secondo l'antico pensiero cinese, il torace e l'addome contengono 5 organi di natura Yin e 5 visceri di natura Yang.
I primi detti anche lunari, sono: il cuore, i polmoni, la milza, il fegato e il rene.
I secondi, detti anche solari, sono; lo stomaco, il duodeno, il tenue, la colecisti e la vescica urinaria.
I visceri Yang hanno la funzione di captare l'energia dal mondo esterno come alimenti, aria, calore e radiazione.
Gli organi Yin invece tesaurizzano, controllano e purificano l'energia captata.
Ciascun organo è in rapporto con un viscere, dando luogo a delle coppie costituite da unità che si controllano e si frenano a vicenda.
La funzionalità degli organi e dei visceri è assicurata da una circolazione di energia attraverso dodici canali chiamati King.
I King o meridiani, hanno un decorso spesso tortuoso senza alcuna corrispondenza con quello dei vasi o dei nervi.
Su questi canali è situato un gran numero di punti, la cui stimolazione determina una tonificazione o una depressione dei due principi fondamentali nei diversi organi.
L'agopuntura cinese consiste in un'azione meccanica effettuata su questi punti allo scopo di regolare gli squilibri di energia.
L'energia circolante avrebbe una doppia origine interna ed esterna, derivante sia dalla cellula sessuale, che dall'aria, dagli alimenti, dal calore e dalle radiazioni introdotti.
I punti da stimolare o Tsiue sarebbero 365: essi si dividono in vari raggruppamenti, a seconda dell'effetto provocato dalla loro stimolazione e a seconda della loro posizione sui vari meridiani e quindi degli organi a cui essi corrispondono.
Per ogni organo si hanno punti tonificanti e punti disperdenti.
Ci sono punti sorgente, i quali rinforzano l'azione del punto tonificante, quanto quella del punto disperdente dello stesso meridiano.
Ai punti di passaggio si ricorre quando il polso di un organo è debole, mentre il polso dell'organo accoppiato con questo è troppo forte.
I punti di allarme permettono un'azione tonificante sul meridiano dell'organo che si vuole raggiungere; la loro stimolazione è particolarmente dolorosa quando la malattia ha un'origine morale.
I punti di consenso o di assentimento, posti sul dorso, consentono di agire con una dispersione secondaria in modo diretto sui vari organi.
I punti di riunione infine controllano più organi o funzioni.
Tratto da "Medicina e magia dell'antico Oriente" di F. Fiorenzuola F. Parenti

mercoledì 2 maggio 2018

Il Confucianesimo e il Taoismo

È una dottrina considerata più filosofica e morale che veramente religiosa.
Il filosofo oggi conosciuto in Europa come Confucio, perché così chiamato dai Gesuiti portoghesi, nacque secondo la tradizione nel 551 a.C. nello stato di Lu, situato nell'attuale Shantung.
Il suo vero nome di K'Ung fu tsu ; egli apparteneva a famiglia nobile e fu avviato alla vita pubblica, si ritirò da ogni attività amministrativa, dedicandosi allo studio e all'insegnamento e percorse il paese, facendo numerosi proseliti.
Morì probabilmente nel 479 a.C.
La dottrina di Confucio è essenzialmente una dottrina morale, impostata sul dettame comune all'etica cristiana: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso.
Il Confucianesimo non dà grande importanza agli dèi, ammettendoli come semplici simboli e fissa piuttosto la sua attenzione sulle regole che devono essere seguite dall'individuo per armonizzarsi nella vita civile e nella filosofia.
Una limitazione del Confucianesimo è costituita dal suo carattere aristocratico: Confucio si rivolse infatti prevalentemente ai regnanti e ai nobili, considerandoli come guida di tutta la popolazione.
Un'altra caratteristica fondamentale del pensiero di Confucio è il rispetto per il passato, il rifiuto di ogni pericolosa innovazione.
Così pure tipico del Confucianesimo è  l'amore per la giustizia e il rifiuto della vendetta e dell'animosità.

Il fondatore del Taoismo, anch'essa dottrina più filosofica che religiosa, fu Lao-tze, contemporaneo di Confucio.
La sua opera fondamentale, il Tao te king o libro del Tao, è di estrema brevità e concisione e ci è pervenuta contaminata da frasi di commentatori posteriori, appartenenti spesso a diversa religione.
Il Taoismo è basato su concetti molto complessi, secondo Lao-tze, alla base di tutte le manifestazioni umane, naturali e spirituali, è il Tao, l'essere assoluto, la legge suprema, l'armonia cosmica e universale.
Per la morale taoista l'uomo deve uniformarsi a questa suprema legge, annullando i dettami della propria volontà (egoica) e inserendosi nell' armonia dell'universo.
Dottrina filosofica ad alto livello dato il suo carattere eminentemente speculativo.
Essa prese piede, modificandosi nel corso dei secoli e spesso snaturandosi per la sovrapposizione di dei, miti e superstizioni assolutamente estranei ai suoi principi.
La dottrina del Tao pone le basi essenziali di ogni conoscenza, Lao-tze propose l'ipotesi delle due forze cosmiche fondamentali, Yin e Yang, i principi passivo e attivo dell'universo, sfruttati poi da tutte le scienze cinesi per le loro impostazione teoriche anche a proposito di studi riguardanti la medicina.
Tratto da "Medicina e magia dell'antico Oriente" di F. Fiorenzuola F. Parenti

lunedì 30 aprile 2018

Nei Ching o Canone di medicina cinese


Il testo classico dell'antica medicina cinese fu il Nei Ching o Canone della medicina.
Il Nei Ching consta due libri, di cui il primo o Su Wen (questioni semplici), riproduce le conversazioni tra l'imperatore (Hunag-ti l'Imperatore Giallo 2698-2599 a.C.) e i suoi tre ministri, mentre il secondo, Ling Shu, ha per argomento l'agopuntura.
Un passo del Canone espone una serie di similitudini fra i vari organi del corpo umano e alte cariche delle stato: il cuore viene paragonato al re, i polmoni ai suoi ministri, il fegato a un generale, la colecisti a un giudice, la vescica a un mandarino della sotto-prefettura, lo stomaco a un ufficiale annonario direttore dei granai.
In un altro brano assistiamo alla collocazione dei vari sentimenti umani nei diversi organi interni, fatto comune alla medicina mistico-magica di tanti piccoli antichi.
Il meccanismo fisiologico del concepimento è visto come unione dell'energia maschile con quella femminile.
Le teorie patogenetiche del Canone si ricollegano in parte all'interdipendenza fra uomo e cosmo, pietra miliare della medicina cinese: le stagioni, gli agenti atmosferici, il clima sono spesso citati come causa di malattie.
Anche le emozioni e gli stati affettivi in genere sono di frequente attribuite alcune forme morbose.
Nel periodo della dinastia Sung (960-1276 d.C.) tutte le conoscenze mediche, dall'anatomia alla fisiologia, all'agopuntura e alla farmacologia, furono revisionate e raccolte in una grande enciclopedia imperiale.
L'opera consta di cinque volumi aventi per argomento quasi tutti gli aspetti della medicina legati alla legge, dalle autopsie agli aborti provocati, alle ferite agli avvelenamenti.
Sotto il regno Ming furono promosse la compilazione di grandi opere enciclopediche, alcune delle quali anche di carattere medico.
Spicca fra tutte queste una delle più importanti e delle più vaste trattazioni farmacologiche dell'antichità, il rifacimento del più antico testo Pen Srao Kang mou, dovuto a Li Tche- Tchen.
Il testo non si limita a elencare un numero veramente incredibile di rimedi (quasi 2000 in gran parte vegetali), ma descrive le parti delle piante, specificandone la particolare azione, determina i dosaggi e le combinazioni, sconfina nella chimica, nella storia, nella dietetica, nella geografia e nella patologia.
Il tutto è ampiamente svolto in 52 volumi.
Una trattazione delle stesso tipo, comprendente tutte le conoscenze delle epoche precedenti venne redatta anche per l'agopuntura, con il titolo di "grande perfezione degli aghi e della moxa".
Tratto da "Medicina e magia dell'antico Oriente" di F. Fiorenzuola F. Parenti

venerdì 27 aprile 2018

Le arti magiche dell'antica Cina


Esistevano fin dai tempi più remoti sacerdoti specializzati nella divinazione e alcuni dei loro metodi erano destinati a essere tramandati per secoli e secoli divenendo parte integrante della tradizione cinese.
Uno di questi era basato sull'impiego a scopo profetico delle tartarughe, animali considerati con un certo rispetto mistico, in quanto si vedeva rispecchiata nella loro forma la struttura dell'universo.
A scopo divinatorio, si esponevano al fuoco delle scaglie di tartaruga perforate e si traevano presagi dalle screpolature prodotte in esse dal calore.
Un'altra forma divinatoria abbastanza in uso era la geomanzia, consistente nell'interpretazione profetica delle forme del suolo e cioè nella ricerca di un significato simbolico ai monti, ai fiumi, alle vallate, ai laghi.
Anche l'astrologia aveva molti cultori ed era diretta, più che a ricercare una vera conoscenza dell'avvenire, a stabilire delle norme di comportamento che avviassero ogni individuo verso una sorte favorevole .
Essa teneva conto del grado di luminosità, del colore e della posizione reciproca dei corpi celesti, nonché, nei tempi più tardi, anche dei fenomeni metereologici.
Come in altre civiltà anche in Cina esistevano gli interpreti dei sogni.
Il testo più noto della magia divinatoria cinese è il famosissimo Yin King, o "libro delle trasformazioni",  considerato come una delle più misteriose opere della letteratura antica.
Esso consta di 64 capitoli, ciascuno dei quali è dedicato all'interpretazione simbolica di un esagramma, un piccolo disegno magico costituito da sei linee, intere i spezzate.
Tutto ciò che accade al mondo troverebbe, secondo la tradizione, la sua spiegazione in questo libro.
La magia cinese teneva in gran conto la mistica dei numeri, attribuendo a molti di questi un valore fasto, ad altri un valore nefasto.
Ad esempio il numero 5 ritorna, con una distanza che non sembra casuale, in quasi tutte le suddivisioni e le classificazioni della scienza cinese.
5 sono i colori essenziali: verde, rosso, giallo, bianco, nero.
5 sono le regioni: Est, Sud, Centro, Ovest, Nord.
5 sono le specie di creature: a scaglie, a piume, nude, pelose, corazzate.
5 sono gli organi interni: milza, polmoni, cuore, fegato, reni.
5 sono le note musicali.
5 sono gli elementi originari: metallo, legno, acqua, fuoco, terra.
Tratto da "Medicina e magia dell'antico Oriente" di F. Fiorenzuola F. Parenti

lunedì 23 aprile 2018

Antica Cina: alimenti e farmaci


La scienza dell'alimentazione era considerata di primo piano: in certe epoche vi erano stati persino degli specialisti in dietetica.
In genere essa era strettamente connessa con la farmacologia, in quanto i farmaci stessi, tutti naturali erano visti più sotto l'aspetto di alimenti che di vere sostanze medicamentose.
Si preferivano le sostanze ad azione terapeutica molto blanda e da somministrare per lunghi periodi, in vista di una loro azione preventiva verso le malattie e modificatrice del terreno organico e della situazione energetica, piuttosto che i farmaci sintomatici ad azione immediata e violenta.
Non per nulla si è creduto di attribuire alla Cina l'invenzione della medicina omeopatica.
La preparazione dei farmaci era molto semplice e impostata sul desiderio di alterare il meno possibile la loro struttura naturale.
I decotti erano di impiego comune; per la loro cottura si doveva ricorrere al fuoco del carbone di legna e alle pentole di maiolica, evitando assolutamente i recipienti metallici.
La classificazione dei cibi e dei medicamenti risentiva naturalmente delle concezioni generali sulla struttura della materia e quindi si consideravano alimenti e farmaci Yang o Yin, a seconda del tipo della loro carica di energia.
In linea di massima un farmaco Yang serviva per curare una malattia Yin e viceversa.
Anche il sapore era una proprietà di cui si teneva conto nella classificazione.
Se ne consideravano 5 fondamentali: acre, acido, zuccherino, salato, amaro.
Nell'opera sull'antica farmacopea cinese, il Pen-Tsrao-Kang-mou vi sono citate  1892 sostanze medicamentose in gran parte vegetali, in parte minore di origine minerale o animale, tutte classificate e suddivise con gran cura in 16 classi e specie.
Malgrado fosse infiltrata da principi magici e filosofici, la farmacologia deve essere considerata come la parte più positiva di tutta l'antica medicina cinese.
Molti rimedi allora impiegati si trovano nella terapia moderna e ciò fa pensare che ne fossero state intuite reali doti curative.
Tratto da "Medicina e magia dell'antico Oriente" di F. Fiorenzuola F. Parenti

lunedì 16 aprile 2018

Il Buddhismo


Fondatore di una delle più elevate religioni orientali nacque verso il 560 a.C. dalla famiglia principesca dei Sakya, appartenente alla stirpe dei Gotama.
Alla nascita gli fu imposto il nome di Siddharta e fu avviato a una vita di agi e di piaceri destinato dal padre al futuro potere politico.
Ciò non gli impedì di provare una progressiva insoddisfazione per una vita puramente materiale.
Narra la leggenda, che alla base del suo fermento spirituale fossero le quattro celebri visioni apparsegli durante le sue passeggiate meditative: un vecchio oppresso dagli anni, un ammalato coperto di piaghe, un cadavere in decomposizione e un monaco mendicante.
La conseguente crisi spirituale trasformò il ricco principe Siddharta nel Buddha, ossia "lo svegliato" o "l'illuminato". Abbandonati la famiglia e gli agi e gli si dette alla povertà, alla meditazione e alla predicazione respingendo sia il brahmanesimo di cui soprattutto ripudiò la poco umana divisione in caste della società, sia l'eccessiva astrazione in un troppo vuoto ascetismo.
Mentre percorreva l'India, dette corpo a una nuova dottrina religiosa impostata come il Jainismo sulla liberazione dal dolore da raggiungersi attraverso il rifiuto dei godimenti puramente materiali. Secondo il Buddhismo, la natura animale e vegetale, tutti gli dei e gli uomini sono accumunati in una specie di essere universale e non sono soggetti a continue reincarnazioni.
La meta ultima di questa religione è ancora una volta il Nirvana, uno stato di perfetta pace sempre poggiato sull'annientamento del desiderio di vivere, ma fondato su di uno spirito di carità e di amore verso il prossimo di indubbio valore etico.
Quando Buddha morì pressoché ottantenne verso il 480 a.C., la sua nuova religione aveva già preso stabilmente piede nel paese e ancor più doveva diffondersi dopo la sua morte divenendo poi religione ufficiale dello stato sotto il regno di Asoka nel III secolo a. C.
Alcuni secoli più tardi la religione Buddista subì in India una progressiva decadenza, sostituita da una rinascita del Brahmanesimo, ma non si spense, affermandosi invece in regioni limitrofe quali la Birmania, il Siam, la Cina e il Tibet; in molte delle quali domina anche ai nostri giorni.
Dal punto di vista medico e sociale il Buddhismo ebbe, con le sue dottrine umanitarie, un'importanza di primo piano favorendo la costruzione di ospedali e l'assistenza ai poveri e ammalati.
Dal tronco principale del Buddhismo ortodosso nacquero numerosi sciami, tra cui ricorderemo solo le due grandi correnti Mahyana o grande veicolo e Hinayana o piccolo veicolo, che nel II sec. d.C. frammentarono la dottrina originale del Buddha.
La fondazione degli ospedali è stata attribuita al famoso re buddhista Asoka, vissuto nel III sec. a. C. che emanò alcuni editti aventi lo scopo di assicurare le cure mediche agli uomini e agli animali.
Essa fu però probabilmente anteriore in quanto, come riporta il Major, opere ospedaliere pare fossero istituite a Ceylon già nel V sec a. C. e anche nel II sec. a. C. a opera del re Duttha Gamani.
La religione Buddhista si diffuse dall'India alla Cina prendendovi largamente piede al tempo della dominazione mongolica.
In Cina il Buddhismo fu diffusamente accettato, ma non sempre come religione esclusiva, fondendosi parzialmente con il Confucianesimo, con il Taoismo e persino con i politeismi primitivi.
Tratto da "Medicina e magia dell'antico Oriente" di F. Fiorenzuola F. Parenti

venerdì 13 aprile 2018

Il Brahmanesimo, il Jainismo e l'Induismo

La religione Brahmanica può essere definita un'elaborazione più evoluta del primitivo Vedismo, legata alla nascita e alla progressiva influenza della casta sacerdotale dei brahmani e al formarsi del pensiero filosofico indiano.
Le concezioni metafisiche sono più o meno le stesse del Vedismo e anche le divinità sono in genere derivate dai testi vedici.
La maggiore triade divina, la cosiddetta Trimurti, posta al vertice della religione è costituita da Brahma, Visnu e Siva.
Questi tre dei, pur mantenendo ciascuno una propria distinta individualità, sono considerati come tre aspetti di un'unica divinità.
A Brahma è attribuita la creazione dell'universo e la personificazione dell'uno e dell'assoluto.
Attribuzioni più umane e accessibili ha invece Visnu figura derivata da una divinità Vedica solare di importanza minore.
Il carattere terreno, umano e benevolo di Visnu è confermato dalla sua facoltà di assumere per il bene dell'uomo diverse incarnazioni (ne sono considerate 10).
Siva è invece una divinità più sinistra e violenta, probabilmente derivata dal dio Vedico Rudra, personificazione della tempesta.
Le concezioni vediche e brahmaniche non erano destinate a soddisfare per sempre la sete spirituale del popolo indiano desideroso di elevarsi sopra le miserie e i dolori della vita terrena e di trovare la liberazione.
Nacquero così due dottrine religiose fra loro affini: il Jainismo e il Buddhismo.

Il Jainismo cominciò a delinearsi probabilmente intorno all'VIII o al IX sec a.C., come concezione eretica al Brahmanesimo, ma prese corpo e struttura omogenea solo verso il VI sec a.C. a opera di Vardhamana, l'ultimo dei 24 profeti chiamati Jina.
La dottrina da lui predicata di rigorosissimi ordini monastici, vincolati a prescrizioni e norme di grande rigore.
Questi asceti si ispirarono a principi basilari di una retta fede, di una retta conoscenza e di una retta condotta, orientando tutta la loro vita verso la meta finale del "nirvana", inteso come assoluto distacco dell'anima dagli aspetti materiali del mondo e come liberazione dal dolore.
La dottrina Janaista confermò la credenza brahmanica nella metempsicosi  e sostenne una continua trasmigrazione delle anime in corpi umani, piante o in animali a seconda del loro grado di perfezione.
La rigidità della morale jainistica, ancora maggiore di quella buddhista, appare evidente nelle norme etiche che prevedono obblighi di sincerità, di castità, di astensione del furto e la proibizione di uccidere anche il più insignificante essere vivente.

La religione induista o Neo-Brahmanesimo può essere considerata come l'espressione della reazione di un popolo disorientato come nessun altro, di fronte a una congerie di dottrine religiose e di teorie filosofiche sovrapponentisi e alternantisi nel corso della storia indiana.
Questo sistema religioso raggiunse a un nucleo centrale brahmanico elementi di provenienza più antica, come alcune credenze animistiche e politeistiche primitive, ed elementi desunti dalle più mature concezioni jainista e buddhista, non sempre facili ad accettarsi integralmente, specie quando rompevano costumanze tanto radicate come quella delle caste o imponevano norme etiche troppo rigide e austere.
L'Induismo è praticato anche oggi in gran parte dell'India.
Tratto da "Medicina e magia dell'antico Oriente" di F. Fiorenzuola F. Parenti

lunedì 9 aprile 2018

Il Vedismo


La conoscenza attuale sulle credenze religiose della civiltà costituitasi sulla fusione degli invasori ariani con gli aborigeni indiani è tratta da un complesso di opere letterarie noto come Veda o scienza sacra.
Il maggior livello culturale e letterario appartiene proprio alle lingue indo-ariane, facenti capo a un gruppo di dialetti parlati dagli invasori Arii, fra cui spicca il sanscrito.
In un sanscrito molto arcaico sono scritti i testi vedici, anche i Brahmana e le Upanishad che comprende una ricchissima tradizione letteraria fino al principio del VI sec. d.C..
I Samhita Vedici sono raccolte di inni, preghiere, formule magiche, norme rituali e sacrificali.
Il più antico di questi testi è il Rigveda, alquanto posteriori sono il Yajurveda, il Samaveda e l'Atharveda.
L'intera compilazione pare sia stata conclusa verso il 1000 a.C., ma alcuni inni del Rigveda sembrano essere antichissimi alcuni dei quali risalirebbero al 1500 a.C., altri, fra cui lo Jacobi, addirittura al 3000 a.C..
I Brahmana sono manuali rituali e liturgici datati dai più fra il 1000 e l'800 a.C. le Upanishad sono invece opere contenenti trattazioni metafisiche e psicologiche e sono considerati i più antichi testi filosofici indiani: alcune di esse pare risalgano a un periodo compreso tra l'800 e il 500 a.C.
I Sutra sono raccolte di brevissime sentenze di estrema concisione e spaziano in ogni campo del sapere, dalla legge al rituale religioso, dalla grammatica all'astrologia.
Le divinità del periodo Vedico sono quasi tutte ispirate a concezioni di tipo animistico, anche se piuttosto evolute ed elaborare, in quanto personificazioni di entità cosmiche, atmosferiche e terrestri.
Fra i dei del cielo ricorderemo Dvaus, Mitra che rappresenta il sole e la luce del giorno, Varuna che personifica il firmamento notturno e ha attribuzioni morali in quanto punitore degli uomini colpevoli.
Esiste anche una personificazione dell'aurora, Usas, descritta mentre spiana la strada al Sole. Suoi fratelli sono gli Asvin, due gemelli sempre uniti che hanno anche attributi guaritori.
Il Sole ha varie personificazioni a seconda delle sue funzioni: esso è di volta in volta Surya, Savitar, Pusan e Visnu.
I fenomeni atmosferici sono rappresentati in tutta la loro violenza e vitalità da Indra, amante delle lotte e delle battaglie, ma pur sempre generoso, e da Rudra signore del vento.
Anche la terra ha le sue divinità, prima di tutte Prthivi, che la impersona direttamente.
Altro dio terrestre è Agni, con attribuzioni benevole che lo rendono caro agli uomini e a ogni famiglia di cui è l'ospite e il protettore.
Soma rappresenta la deificazione di una pianta dotata di priorità inebrianti ed euforizzanti, capace di dare vigore agli uomini e agli dei.
Soma diventerà poi una divinità lunare.
La religione vedica contiene già in germe la dottrina della metempsicosi o trasmigrazione delle anime, destinata ad essere ripresa ed elaborata anche da quasi tutte le religioni posteriori.
La forza che provoca e guida le trasmigrazioni e le rinascite sarebbe il misterioso Karman.
Altre concezione Vediche che avranno influssi anche sulla medicina, sono quelle dell'Atman inteso come respiro che sta alla base di ogni cosa e di ogni funzione vitale dell'uomo  e del Brahman, altro misterioso spirito o forza presente in tutti gli esseri, capace di favorire le comunicazioni fra l'uomo e la divinità.
Tratto da "Medicina e magia dell' antico Oriente" di F. Fiorenzuola F. Parenti

venerdì 6 aprile 2018

L'arte mantica e la medicina degli Assiro-Babilonesi

Moltissime furono le suddivisioni della mantica, ciascuna delle quali aveva le proprie precise norme e i propri specialisti.
-La lecanomanzia traeva le profezie dall'osservazione dei movimenti dell'olio in un vaso.
-L'empiromanzia si basava sui movimenti della fiamma del fuoco.
-Un'altra branca dell'arte divinatoria traeva i suoi auspici dal comportamento di varie sostanze, fra cui la farina, gettate nell'acqua.
-Anche le osservazioni degli animali, delle piante e del corso dei fiumi faceva parte della scienza profetica.
A titolo di curiosità, l'antichissimo timore superstizioso per un fatto nero che attraversa la strada, sembra risalire propri ai Sumeri.
-Un altro campo dell'arte divinatoria in cui gli abitanti della Mesopotamia furono maestri era l'oniromanzia.
Si può dire che l'interpretazione magica e religiosa del sogno sia antica quanto l'uomo: ne troviamo esempi anche fra i popoli primitivi.
I sacerdoti assiro-babilonesi erano consultati con grande frequenza da persone di ogni ceto che credevano di indovinare nei loro sogni la presenza di qualche divinità e ne desiderava una spiegazione qualificata.
Qualche studio sostiene che gli Assiro-Babilonesi praticassero nei loro templi anche l'incubazione, cioè l'induzione provocata con varie tecniche di un sonno ieratico, a scopo terapeutico o mistico.
Si è visto come gli dei più importanti fossero identificati con un determinato astro.
-Si può comprendere quindi quale grande influenza avesse l'astrologia che era considerata in un certo senso la più intellettuale e la più elevata fra le scienza divinatorie.
Anche il calendario era suscettibile di interpretazione magiche, poiché i mesi e i giorni erano classificati in fasti e nefasti.
Ciò influenzava anche sull'attività dei medici che, in certi giorni non potevano prestare la loro opera.
-L'osservazione del corpo umano, aveva l'arte di trarre presagi delle caratteristiche fisiche dei nuovi nati.
Si teneva particolarmente conto delle malformazioni congenite, ad alcune delle quali era attribuita delle malformazioni congenite, ad alcune delle quali era attribuita una grande influenza sulle fortune della città o dello stato.
Le stesse osservazioni si compivano sulle nascite degli animali.
-L'epatoscopia era molto usata per trarre presagi di carattere medico.
Consisteva nell'esame del fegato delle vittime sacrificali e risaliva con ogni probabilità sino alla civiltà sumerica.
Le tavolette assiro-babilonesi recano impressi moltissimi trattati sull'esame divinatorio del fegato.
Il fegato era deniminato Kabittu, nome che ha in sé il significato di pesantezza, probabilmente per la quantità di sangue contenuta in quest'organo.
(Ricordiamo che per alcune tradizioni il fegato è il simbolo fisico del Sé)
Tratto da "Medicina e magia dell'antico Oriente" di F. Fiorenzuola F. Parenti

mercoledì 4 aprile 2018

Cenni storici sulla magia e medicina


Magia e medicina: non si potrebbero trovare oggi due concezioni più contrastanti, due modi più diversi di avvicinarsi ai fenomeni naturali e di interpretarli.
Eppure gli studi storico-medici e le ricerche etnologiche hanno ampiamente dimostrato che la medicina è figlia della magia e che le moderne indagini cliniche non sono che l'evoluzione delle primitive pratiche magiche.
Nacque la figura dello stregone o sciamano dei popoli primitivi, inteso come intermediario tra l'uomo e gli spiriti della natura.
Particolare interesse presenta la cosiddette "magia simpatica", mediante la quale le popolazioni primitive cercavano di indurre la natura a esaudire i loro desideri.
La concezione magico-animistica della malattia, che verrà poi ripresa in modo più elaborato dalle civiltà più evolute, considerò sempre l'uomo malato come invaso da uno spirito malefico.
Le prime pratiche magico-terapeutico ebbero per scopo l'allontanamento di questo spirito dall'organismo colpito.
Si ispirarono alla necessità di purificare il malato, liberandolo dal peccato, causa prima della malattia.
I popoli preistorici non intendevano il peccato e la colpa come li intendiamo noi moderni, collegati cioè a una cosciente idea religiosa e a una morale organicamente costruita.
Il peccato fu quasi sempre per i primitivi inteso come la violazione di un tabù, cioè di una proibizione spesso imposta dai capi o dagli stregoni, che oggi può apparire assurda è ingiustificabile.
Religione e magia costituirono nella preistoria un tutto unico e inscindibile.
L'evolversi dello spirito religioso portò come conseguenza il distacco della magia dalla religione..
La preghiera è destinata a implorare una grazia dal dio, l'incantesimo e l'esorcismo dei maghi mirano a infrangere, con la loro stessa forza, le leggi della natura, anche contro il volete della divinità.
Questa distinzione tra religione e magia fu netta e precisa in alcune civiltà, mentre in altre fu più confusa e indistinta.
Presso gli antichi Egiziani magia e religione spesso si sovrapposero e i sacerdoti non sempre si distinsero dai maghi.
Lo stregone, praticando sul malato i suoi incantesimi, cominciò a osservare più attentamente i sintomi, a differenziarne e a riconoscerne le caratteristiche anatomiche e ad applicare rimedi sempre più concreti.
La storia della medicina comincia a considerare positivamente una civiltà, quando in essa le pratiche magiche decadono o, conservando un'importanza puramente formale, sono gradualmente sostituite da una terapia basata sull'esperienza e sul ragionamento.
Questa presa di posizione ha particolarmente valore per le civiltà nate in Europa, nella prima delle quali, la greca, noi assistiamo al passaggio dalle pratiche mistiche dei templi di Asclepio alla medicina Ippocratica, primo esempio di un'interpretazione della malattia sganciata da ogni nostalgia del soprannaturale.
Nelle civiltà orientali, già fulgide e splendenti quando la Grecia era ancora popolata da povere comunità di pastori, l'evoluzione della medicina assunse invece caratteristiche del tutto differenti...l'arte medica si sviluppò e progredí mirabilmente, senza contrapporsi alla magia e senza tentare di sostituirla, ma affiancandosi a essa è vivificandola con i frutti dell'esperienza.
Gli antichi medici dell'Oriente non si preoccupavano di trovare alle malattie una causa organica e positiva, ma pur continuando ad applicare formule magiche e incantesimi, unirono a essi tutti quei mezzi concreti che erano loro suggeriti dell'esame del malato.
L'impronta delle medicine pre-ippocratiche orientali non deve quindi essere sottovalutata, ma piuttosto interpretata obbiettivamente, tenendo conto delle caratteristiche psicologiche ed ambientali che le hanno costituite.
Una tradizione medica, che pur senza aprire nuove porte all'interpretazione delle malattie, raggiunse dei risultati veramente sorprendenti nel trattamento pratico dei malati.
I medici dell'antico Egitto recitavano degli incantesimi porgendo i farmaci ai loro ammalati, dobbiamo tra l'altro, considerate che quegli stessi medici misero a punto tre o quattromila anno orsono delle diagnosi di gravidanza basate sulle proprietà dell'urina della donna gravida, che furono riprese dalla scienza moderna solo nel nostro secolo.
Queste antiche medicine orientali sono troppo spesso trascurate e misconosciute, malgrado la loro innegabile influenza sulla scienza medica europea dei secoli successivi.
Troviamo infatti con grande frequenza, nella medicina greca, nei precetti della scuola salernitana, nell' arte medica dei popoli celtici e in tutta la medicina medievale, tecniche e prescrizioni che non sono altro che la copia di quanto era già stato affermato e sperimentato dai popolo dell'antico Oriente.
La medicina ebbe maggiore sviluppo nelle civiltà assiro-babilonesi, nell' Egitto, nell'India e nella Cina.
Tratto da "Medicina e magia dell'antico Oriente" di F. Fiorenzuola F. Parenti