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lunedì 17 giugno 2019

L'opera di Mosè


L'opera che Mosè andava meditando era gigantesca.
Prima di lui Rāma, Krishna, Hermes, Zoroastro, Fo-Hi avevano creato religioni di popoli; Mosè volle creare un popolo per la religione eterna.
A questo disegno sì ardito, sì nuovo, sì colossale, era necessaria una base possente.
A questo scopo scrisse Mosè il suo Sepher Bereshit, il suo Libro dei principi, sintesi concentrata della scienza passata e cornice della scienza futura, chiave dei misteri, fiaccola degli iniziati, punto di rannodamento di tutte le nazioni.
La Genesi si compone di frammenti diversi (elhoista e jehovista) cuciti insieme.
La sua redazione attuale è posteriore di almeno quattrocento anni all'epoca in cui Israele uscì dall'Egitto.
Mosè diventa vivente, tutta la sua religiosa carriera si spiega, quando si cominci a rimetterlo nel suo ambiente di nascita: il tempio solare di Menfi.
E infine le profondità stesse della Genesi non si svelano se non alla luce delle faci strappate all'iniziazione di Iside e di Osiride.
Una religione non si costituisce senza un iniziatore.
I giudici, i profeti, tutta la storia di Israele provano Mosè; Gesù stesso non si concepisce senza di lui.
Ora la Genesi contiene l'essenza della tradizione mosaica.
Per quante trasformazioni abbia subite, la venerabile mummia deve contenere, sotto la polvere te secoli e delle bande sacerdotali, l'idea madre, il pensiero vivente, il testamento del profeta d'Israele.
Israele gravita intorno a Mosè così come la terra gravita intorno al sole.
Ciò che Mosè ha voluto legare alla posterità nel testamento segreto dal punto di vista esoterico si pone così: nella sua qualità di iniziato egiziano, la sua intellettualità doveva essere all'altezza della scienza egiziana, la quale ammetteva, come la nostra, l'immutabilità delle leggi dell'universo, lo sviluppo dei mondi per evoluzione naturale e aveva inoltre sull'anima e la natura invisibile nozioni estese, precise, ragionate.
La storia della creazione, che presa alla lettera fa sorridere uno scolaro dei nostri giorni, non potrebbe nascondere un profondo significato simbolico che ha una chiave di lettura?
Questa chiave si trova: 
1) nella simbolica egiziana; 
2) in quella di tutte le religioni dell'antico ciclo; 
3) nella sintesi della dottrina degli iniziati, quale risulta dalla comparazione dell'insegnamento esoterico, dall'India vedica fino agli iniziati cristiani dei primi secoli.
Quando noi leggiamo la Genesi nelle nostre traduzioni, ne cogliamo soltanto il senso primario e inferiore.
Gli esegeti e i teologi stessi ortodossi o liberi pensatori, non vedono il testo ebraico se non attraverso la Vulgata.
Il senso comparativo e superlativo, che è il senso profondo e vero, sfugge loro.
Per gli intuitivi questo senso profondo si sprigiona come una scintilla dal testo; per i veggenti riluce nella struttura delle parole adottate e create da Mosè: sillabe magiche, nelle quali l'iniziato di Osiride versò il suo pensiero come metallo sonoro in una forma perfetta... e finalmente con l'esoterismo comparato ci è oggi dato d'intravedere e di ricostruire la Genesi.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

venerdì 14 giugno 2019

Il Monte Sinai e Jetro il sorvegliante di Dio


Al di là del Mar Rosso e della penisola sinatica, nel paese di Midian, v'era un tempio, che non dipendeva dal sacerdozio egiziano.
Questa regione si estendeva come una striscia verde fra il golfo elamitico ed il deserto d'Arabia.
Lontano, al di là del braccio di mare, si scorgevano le masse cupe del Sinai ed il suo vertice nudo.
Incastrato fra il deserto e il Mar Rosso, protetto da una massa vulcanica, questo paese isolato era  al coperto dalle invasioni.
Il suo tempio era consacrato ad Osiride, ma vi si adorava anche il Dio sovrano sotto il nome di Elohim, giacché questo santuario, di origine etiopica, serviva di centro religioso agli arabi, ai leviti ed agli uomini di razza nera, che cercavano l'iniziazione.
Così già da secoli il Sinai e l'Horeb erano il centro mistico di un culto monoteista.
La grandezza nuda e selvaggia della montagna, che si innalza unica tra l'Egitto e l'Arabia, risvegliava l'idea del Dio unico.
Molti semiti si recavano là in pellegrinaggio per adorare Elohim.
Essi andavano a dimorare per alcuni giorni, digiunavando e pregando, nelle caverne e nelle gallerie scavate nei fianchi del Sinai.
Ma prima di questo andavano a purificarsi ed a farsi istruire nel tempio di Midian.
Il gran prete di Midian, ossia il raghel (sorvegliante di Dio), si chiamava Jetro. Era un uomo di pelle nera, appartenente al tipo più puro dell'antica razza etiopica che quattro o cinque mila anni prima di Ramses aveva regnato sull'Egitto.
Jetro possedeva tesori di scienza accumulati nella sua memoria e nelle biblioteche di pietra del suo tempio, ed era poi protettore degli uomini del deserto, libici, arabi, semiti nomadi.
Jetro era il padre spirituale di quegli indomiti, di quegli erranti, di quei liberi.
Egli conosceva la loro anima, egli presentiva il loro destino.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

lunedì 10 giugno 2019

L'espiazione dei preti di Osiride


Quando un prete di Osiride aveva commesso un omicidio, anche involontario, egli doveva perdere il beneficio della sua risurrezione anticipata "nella luce di Osiride", privilegio che aveva ottenuto mediante le prove dell'iniziazione, e che lo poneva molto al sopra degli uomini comuni.
Per espiare il suo delitto, per ritrovare la sua luce interna, doveva sottoporsi a prove più crudeli, esporre se stessi ancora una volta alla morte.
Dopo lungo digiuno, e per mezzo di certe bevande, il paziente veniva immerso in un sonno letargico; poi veniva deposto in una caverna del tempio.
Restava là vari giorni, talvolta anche delle settimane.
Durante questo tempo egli faceva un viaggio nell'al di là, nell'Erebo o nella regione dell'Amenti, dove vagano le anime dei morti, che non si sono ancora distaccate dall'atmosfera terrestre.
Là egli doveva cercare la sua vittima, subire le sue angosce, ottenere il suo perdono ed aiutarla a trovare il cammino della luce.
Allora soltanto si considerava ch'egli avesse espiato il suo omicidio, allora soltanto il suo corpo astrale s'era lavato dalle macchie nere, di cui lo insozzavano il soffio avvelenato e le imprecazioni della vittima.
Ma da questo viaggio, reale od immaginario, il colpevole poteva benissimo non tornare più, e spesso, quando i preti andavano per risvegliare l'espiatore dal suo sonno letargico, non trovavano altro che un cadavere.
Tratto da "I grandi iniziati.Volume primo" di Edoardo Schuré

venerdì 7 giugno 2019

La leggenda di Iside ed Osiride


Intorno al 2200 a. C. l'Egitto subì la più tremenda crisi che possa attraversare un popolo: l'invasione e una quasi conquista straniera.
L'invasione fenicia, condotta dai re pastori, chiamati Hyksos, precipitò sul delta e sul medio Egitto.
I re scismatici portavano con sé una civiltà corrotta, la mollezza jonica, il lusso dell'Asia, i costumi dell'harem e la grossolana idolatria.
Compromessa era l'esistenza nazionale dell' Egitto, pericolante l'intellettualità e minacciata la sua universale missione; ma lo animava un corpo organizzato di iniziati, depositari dell'antica scienza di Ermete e di Ammon-Râ.
Infatti quel sacerdozio, che sembrava curvato sotto l'invasione riconoscendo il dominio degli usurpatori, che imponevano la legge del Toro e il culto del bue Apis, conservava invece nell'intimo recesso dei templi la scienza, le tradizioni e l'antica e pura religione avita con la speranza di restaurazione della dinastia nazionale.
Fu in quell' epoca che i sacerdoti diffusero tra le folle la leggenda di Iside e di Osiride, dello smembramento di questo e della sua risurrezione per opera di Oro, suo figlio, il quale ritroverebbe, trasportate del Nilo, le sue sparse membra.
Il popolo lenito soltanto dalla speranza che proponeva in Oro, intermediario divino, conservava amore all'antica religione.
Ma contemporaneamente sentivano gli iniziati esser necessario che inattaccabile fosse la verità esoterica e perciò la coprirono di  un triplice velo.
Al diffuso culto popolare di Iside e Osiride corrisponde l'intima e sapiente organizzazione dei misteri maggiorati e minori, difesi da quasi insuperabili barriere e da tremendi pericoli.
Furono inventate le prove morali e richiesto di giurare il segreto, mentre con grande rigore s'infliggeva la pena di morte agli iniziati, che divulgassero il minimo particolare dei misteri.
L'iniziazione egiziana non fu soltanto rifugio di esoteriche dottrine, ma anche crogiuolo, ove si preparavano puri elementi per la nazionale risurrezione e scuola di religioni future.
Mentre i coronati usurpatori regnavano in Menfi, lentamente Tebe preparava la rigenerazione del paese.
Dal suo tempio dalla sua arca solare, uscì Amos, il salvatore dell' Egitto che cacciò gli Hyksos, dopo nove secoli di loro dominazione e ripristinò nel suo diritto la scienza egiziana e la virile religione di Osiride.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

lunedì 3 giugno 2019

Ermete


Ermete Toth, misterioso e primo iniziatore dell'Egitto alla sacra dottrine si riconnette con una prima e pacifica fusione delle razze bianca e nera, avvenuta nelle regioni dell'Etiopia e dell'alto Egitto.
Ermete è nome generico che designa ad un tempo un uomo, una casta e un dio.
Quale uomo, Ermete è il primo ed il grande iniziatore dell'Egitto; quale casta, è   il sacerdozio depositario delle occulte tradizioni; quale dio, è il pianeta Mercurio, assimilato con la sua sfera ad una categoria di spiriti iniziatori divini ed egli presiede alla regione sopraterrestre della celestiale iniziazione.
Tutte queste cose sono legate come da un filo invisibile, segrete affinità, e il nome Ermete è quale talismano che le riassuma, quale suono che le evochi.
Ermete Trimegisto, tre volte grande, perché egli era re, legislatore e sacerdote.
Allora non esistevano né papiri né scrittura fonetica, la scienza del sacerdozio era incisa in geroglifici sulle colonne e sui muri delle cripte e soltanto più tardi passò nelle biblioteche dei templi, ma di molto aumentata.
Gli egiziani attribuivano ad Ermete 42 libri, che trattavano la scienza occulta, testi alterati ma infinitamente preziosi di quell'antica teogonia, che è il fiat lux dal quale Orfeo e Mosè ebbero i primi raggi di luce.
Così la dottrina del Fuoco-Principio e del Verbo-Luce, racchiusa nella Visione di Ermete, resterà certa e centro dell'iniziazione egiziana.
Le religioni dell'Assiria, dell'Egitto, della Giudea non si comprendono che quando si afferma il punto di contatto con l'antica religione indo-ariana, e allora, anziché mostrarsi a noi come enigmi e sciarade, nel loro insieme e vedute dall'alto ci appaiono quale superba evoluzione, ove le cose si ordinano e si spiegano reciprocamente.
La luce di Rāma, accesa nell'Iran cinquemila anni prima di Cristo, irradiò sull'Egitto e divenne la legge di Ammon-Râ, Dio solare di Tebe.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

venerdì 24 maggio 2019

La Trinità divina e l'arcaico simbolismo dello Spirito Santo

La Trinità divina della triade iniziale non manifestata è identificata dai bramini con:
Il Padre, Nara (Eterno Mascolino), la Madre Nari (Eterno Femminile) ed il Figlio Viradi (Verbo Creatore); tali sono le facoltà divine, ossia i principi: intellettuale, plastico e produttore, che nell'insieme costituiscono la natura naturans di Spinoza.
Il mondo organizzato, l'universo vigente, la natura naturata è il prodotto del Verbo Creatore, il quale si manifesta pure sotto tre forme: Brahma, lo spirito che corrisponde al mondo divino; Vishnù, l'anima che corrisponde al mondo umano; Siva, il corpo che corrisponde al mondo naturale.
In questi tre mondi il principio maschile e quello femminile (essenza e sostanza) sono egualmente attivi, e l'Eterno Femminile si manifesta contemporaneamente nella natura terrestre, umana e divina.
Iside è triplice, e così Cibele.
Ora si vede che, così concepita, la duplice trinità di Dio e dell'universo, contiene i principi e l'inquadratura di una teodicea e di una cosmogonia: ed è giusto riconoscere che questa idea madre è uscita dall'India.
Tutti gli antichi templi, tutte le grandi religioni e molti celebri filosofie l'hanno adottata.

E gli iniziati cristiani, fin dal tempo degli apostoli e nei primi secoli del cristianesimo, veneravano il principio femminile della natura visibile ed invisibile sotto il nome dello Spirito Santo, segno della potenza femminile, rappresentato dalla colomba in tutti i templi dell'Asia e dell'Europa; e se poi la Chiesa ha nascosto e perduto la chiave dei suoi misteri, il senso loro si trova ancora scritto nei suoi simboli.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

lunedì 6 maggio 2019

L'iniziazione di Krishna; il re uccide il vecchio saggio (terza parte)



Kansa sorpreso dal non udire grida furtivamente s'insinuò lungo il viale e rimase stupefatto dal vedere Krishna ai piedi del santo anacoreta.
Questi diresse su Kansa gli occhi di cieco e levando in alto il suo bastone disse;
"O re di Madura, che vieni per uccidermi, salute! Giacché tu mi libererai dalla miseria di questo corpo.
Tu vuoi sapere ove sia il figlio di tua sorella Devakī, che deve detronizzarti.
Ebbene, tu lo vedi qui prosternato dinanzi a me è dinanzi a Mahadeva; e gli è Krishna, è il tuo duce!
Considera quanto maledetto e insensato tu sia, dacché il più terribile fra i tuoi nemici è proprio lui.
E tu lo hai condotto a me perché io gli dica che egli è il fanciullo predestinato.
Trema! Tu sei perduto e l'anima tua infernale sarà preda dei demoni".
Kansa stupefatto livido di rabbia vedendo Krishna rimanere genuflesso, afferra l'arco e tendendolo con tutta la forza scoccò una freccia contro il figlio di Devakī.
Però il braccio gli tremava e il dardo andò a conficcarsi nel petto di Vasichta che pareva attenderlo in estasi con le braccia in croce.
Un grido partì, un grido terribile, non già dal petto del vecchio, ma da quello di Krishna.
Egli aveva sentito la freccia sibilargli nelle orecchie, l'aveva veduta nella carne del santo e gli parea che si fosse immersa tutta nel cuore suo, talmente la sua anima in quel istante si era identificata con quella del rischi.
Con quella freccia acuta tutto il dolore del mondo trafisse l'anima di Krishna, dilaniandolo fino alle profondità.
Vasichta, tuttavia con la freccia conficcata nel petto, senza mutar posizione, agitata ancora di labbra mormorando:
Figlio di Mahadeva, perché gettare quel grido? Vano è l'uccidere; il dardo non può raggiungere l'anima, e la vittima vince l'assassino.
Trionfa o Krishna, che si compiono i fati: io torno a Colui che non cambia, accolga Brahma l'anima mia! 
Ma tu, eletto da Lui, salvatore del mondo, sorgi! 
Krishna! 
Krishna!
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

venerdì 3 maggio 2019

L'iniziazione di Krishna; Vasichta il vecchio della santa foresta (seconda parte)


Vasichta il vecchio muni
Da un anno il muni centenario Vasichta viveva in quel tugurio, nascosto nel più profondo della santa foresta, attendendosi la morte.
Già prima della morte fisica egli si era liberato dalla prigione del corpo.
Gli occhi erano spenti, ma egli vedeva con l'anima, la pelle percepiva appena il freddo e il caldo, ma il suo spirito viveva nella perfetta unità con lo spirito supremo; egli non vedeva le cose del mondo che attraverso la luce di Brahma, pregando e meditando senza tregua...una gazzella, che pascolava aggiunzagliata da lui, lo avvertiva bramendo dall'avvicinarsi delle fiere che egli allontanava mormorando un mantra e protendendo il suo bastone di bambù a sette nodi.
Con lo sguardo interiore vedeva qualunque uomo a molte leghe di distanza.
Krishna si trovò improvvisamente di fronte a Vasichta seduto con le gambe incrociate.. La sua pace era profonda, mentre dagli occhi ciechi usciva l'intero scintillio del veggente.
Krishna appena lo vide riconobbe il vegliardo sublime che incontrò quando sua madre fu richiamata dal capo degli anacoreti e scomparve senza poter dire addio al suo adorato figlio quindicenne.
Krishna iniziò a cercare sua madre finché cadde in una meditazione profonda e andò errando per settimane perduto nei suoi pensieri sul monte Meru.
Giunse su una cima boschiva della catena dell'Himavat e scorse un vecchio di aspetto secolare che gli disse; "tua madre è presso Colui che mai non cambia...cercalo".
Krishna chiese all'anacoreta quando avrebbe potuto rivederlo e lui rispose;
"Quando la figlia del Serpente spingerà il figlio del Toro e schiaccerai la testa del Serpe.
Sappi tu, o figlio di Mahadeva, che io e te siamo uno in Lui. Cercalo, cercalo, cercalo sempre!"
Krishna ridiscese dal monte Meru trasfigurato poiché tutto il suo essere irradiava una nuova energia, una potenza dominatrice.
Quando rivide il vecchio saggio (colui avrebbe dovuto uccidere per il re) egli sentì una commozione di gioia, il rispetto curvò tutta l'anima sua ed egli, obliando il re, il carro, il regno, piegò le ginocchia davanti a santo e l'adorò.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

lunedì 29 aprile 2019

L'iniziazione di Krishna; tentazione e foresta oscura (prima parte)


(Krishna è nel castello de re Kansa, che avendo udito della gesta del ragazzo, lo manda a chiamare per constatarlo di persona, Krishna ignaro delle sue origini e della parentela con il re, va da lui e gli promette di uccidere un mago che mina la sua regale vita, ma Nysumba affascinata dal giovane si fa trovare nella sua stanza, sperando che il valoroso ragazzo possa diventare suo e uccida il re.)

Tentazione:
"Tu persegui vani sogni e non vedi i tesori della terra, che io ti posso offrire.
Vi sono re che cingono la corona e non sono re: vi sono figli di pastori che hanno la sovranità sulla fronte e non conoscono la loro potenza...uccidi il re nel sonno ed io porrò la corona sul tuo capo e tu sarai signore del mondo. Te lo ordino, lo voglio, perché t'amo e tu sei predestinato a me"
Così disse Nysumba a Krishna levandosi impieriosamente, affascinante e terribile come un serpente, saettò dagli occhi neri uno sguardo così fosco nell'occhio limpido di Krishna che egli fremè spaventato.
In quello sguardo l'inferno gli apparve.
Egli vide l'abisso del tempio di Kali... vide serpenti che vi si torcevano come in una eterna agonia.
Allora gli occhi di Krishna ebbero lampi, come due pugnali che trapassassero da parte a parte il cuore della sinistra regina;
Nysumba lanciò un grido acutissimo e ruzzolò sul giaciglio mordendo la porpora, mentre svaniva la fittizia gioventù, era ritornata vecchia e rugosa.
Krishna uscì, lasciandola in preda alla sua collera.
Foresta oscura
Krishna e il re e una spia, su focosi cavalli da guerra, volavano alla foresta in sembianze di due cacciatori.
(La missione di Krishna, al servizio del re Kansa, era quella di uccidere un mago di nome Vasichta, il quale predisse al sovrano che egli sarebbe perito sotto il figlio di sua sorella Devakī.
Krishna non sapeva nulla delle sue origini)
Era il principio della stagione delle piogge.
Allorché si avvicinarono alla foresta sacra, si velò il sole e l'atmosfera si riempì di una bruma dalle trasparenze di rame.
Dal cielo tempestoso nubi dense pendevano a guisa di trombe sulla sconsigliata chioma degli alberi.
Improvvisamente la foresta si fece tetra.
Krishna sferzò i cavalli ed il carro entrò sotto le dense ombre dei baobap con velocità vertiginosa, ma sempre più selvaggia e più tremenda si faceva la foresta. 
Balenavano lampi, il tuono rumoreggiò....
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

lunedì 22 aprile 2019

Devakī la vergine madre di Krishna


Devakī sorella di Kansa; re dei figli della luna, sovrano dal cuore tenebroso e anima insaziabile egli desiderava solo schiavi intorno a sé.
Cercò alleanza con Kalayeni, signore dei morti,  devoto alla dea Kali e votato alle tenebrose arti della magia nera, amico dei demoni nottambuli e re dei serpenti, fece sposare sua figlia Nysumba con il re Kansa promettendogli l'impero della terra.
Nysumba, figlia del re mago, dai pendenti d'oro e dal seno d'ebano, il suo viso somigliava a una nube fosca che la luna sfumasse di azzurri riflessi, gli occhi sembravano due lampi e l'avida bocca quasi polpa di un frutto rosso dai granelli bianchi (fico).
La si sarebbe detta la stessa Kali, presto essa regnò il cuore di Kansa e, alitando su tutte le passioni di lui, lo rese ardente come un braciere.
Il seno di Nysumba era sterile.
Intanto la sorella del re, Devakī, vergine dal cuore semplice e puro, che aveva trascorso l'infanzia filando e tessendo in una vita di sogno, come se l'anima sua fosse sempre nel cielo, sarà lei che darà al mondo il figlio dei Deva.
Devakī si rifugiò in mezzo agli asceti della foresta, per fuggire alla furia di Nysumba che la voleva morta per mano di Kansa.
Quando ella giunse in mezzo ai santi rischi (sacerdoti delle foreste) essi la salutarono con parole riverenti;
"Da tempo ti attendevamo, come la notte attende l'aurora, perché noi, viventi nel profondo delle foreste, siamo l' occhio dei Deva fissato sul mondo: gli uomini non ci vedono, ma noi li vediamo e seguiamo le loro azioni.
L'era fosca del desiderio, del sangue e del delitto incrudelisce sulla terra, e noi abbiamo eletto te per l'opera di liberazione e per intercessione nostra i Deva ti hanno scelta, perché nel seno di una donna il raggio del divino splendore dovrà ricevere la forma umana.
Ecco la madre di tutti noi, da lei nascerà lo spirito che deve rigenerarci.. va figlia mia, i rischi ti condurranno ove dimorano le sorelle penitenti. Tu vivrai in mezzo a loro e i misteri si compiranno"
Ella, come spesso avveniva, si assopiva stando seduta sotto l'albero della vita - antico albero di età immemorabile che attendeva i suoi larghi rami vicino alla fonte - voci strane cantavano tra i fogliami: "Gloria a te Devakī! Verrà coronato di luce il punto fluido che amava la grande anima e farà impallidire le stelle col suo splendore. Verrà e la vita sfiderà la morte ed egli darà giovinezza al sangue di tutti gli esseri.
Verrà, più dolce del miele e dell'amrita, più puro dell'agnello immacolato e della bocca di una vergine e tutti i cuori saranno rapiti d'amore. Gloria, gloria, gloria a te, Devakī!"
Un giorno ben più profonda fu l' estasi di Devakī; musica celeste d'infinite arpe e di voci divine risuonò tutto intorno a lei, il cielo si squarciò in abissi di luce e il sole dei soli Mahadeva le apparve nel lampo di un folgorante raggio sotto forma umana.
Allora, adombrata dallo Spirito dei mondi, cadde prima di sensi, e nell'occhio della terra, concepì il fanciullo divino.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

venerdì 19 aprile 2019

Il Kaly-Yuga e la venuta del primo messia Krishna



La tirannia dei neri trionfa come i loro bassi istinti e un ciclone di passioni cattive disperde in polvere il vedico altare spegnendo il sacro fuoco degli avi.
I purohiti, sacerdoti preposti al sacrificio del fuoco presso i re e i capi, erano già divenuti consiglieri e ministri con ricchezze grandi e straordinario predominio, ma non avrebbero potuto fare alla casta loro l'autorità sovrana, la posizione incontrastabile, dominante la stessa potenza regale, senza l'aiuto degli anacoreti, classe sociale personificante lo spirito dell'India in ciò che essa ha di più profondo.
Questi asceti abitavano da tempo immemorabile le profondità delle foreste, le rive dei fiumi e i dintorni dei sacri laghi sulle montagne, talvolta soli, tra l'altra raccolti in fraterie, ma sempre uniti in uno spirito stesso.
Son essi i re spirituali, i veri signori dell' India, gli eredi degli antichi savi, i soli possessori della segreta interpretazione dei Veda.
In essi viveva il genio dell'ascetismo, della scienza occulta, dei poteri trascendentali.
Per ottenere tale scienza e tali poteri sfidano la fame, il freddo, il sole ardente, la giungla orrida, tutto.. per vivere di preghiera e di meditazione nell'indifeso tugurio di legno.
Felice chi è benedetto da loro.
I re tremano innanzi ad essi e, strana cosa, le loro minacce fanno paura anche agli dèi.
S'intravede la potenza vera e superiore dei bianchi anacoreti, i quali, dal fondo delle loro foreste, valendosi  di una profonda divinazione e di una fortissima volontà, governano la tempestosa anima dell' India.
Dal seno delle confraternite degli anacoreti doveva uscire la rivoluzione sacerdotale, che fece dell' India la più formidabile fra le teocrazie.
La vittoria del potere spirituale sul potere temporale, donde nacque la potenza del bramanesimo, fu opera di un riformatore di prim'ordine.
Quest'uomo divino, riconciliandoci il genio della razza bianca con quello della razza nera, i culti solari con quelli lunari, dié termine alla lotta e creò la religione nazionale dell' India, portando nel mondo un'idea nuova di valore immenso, pari alla dottrina e al potere genio del suo creatore; l'idea del Verbo divino, della divinità incarnata e manifestata nell'uomo.
Egli fu Krishna, il primo messia, il primogenito dei figli di Dio.
Era il principio dell'età dei Kali-Yuga, verso l'anno 3000 a.C. e la sete dell'oro e del potere invase il mondo.
L'ardente soffio di Kali, la dea del Desiderio e della Morte, uscendo dagli abissi della terra come un alito infuocato, passava allora su tutti i cuori.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

lunedì 15 aprile 2019

I figli del Sole e i figli della Luna


La base etnica dell'India;
Da un lato il genio della razza bianca col suo senso morale e le sublimi aspirazioni metafisiche, dall'altra il genio della razza nera con le sue energie passionali e la forza sua dissolvente.
Secondo le antichissime tradizioni si ebbero due dinastie:
La solare e la lunare.
Dal sole pretendevano discendere i re della dinastia solare e dalla luna quelli della dinastia lunare; ma questo linguaggio simbolico celava due opposte concezioni religiose e significava che queste due specie di sovrani rappresentavano due diversi culti.
Il culto solare attribuiva al Dio dell'universo il sesso maschile e intorno ad esso si raccoglieva quanto v'era di più puro nella tradizione vedica, come la scienza del fuoco sacro e quella della preghiera, la nozione esoterica del Dio supremo, il rispetto della donna, il culto degli avi, la regalità elettiva e patriarcale.
Il culto lunare attribuiva invece alla divinità il sesso femminile, nel cui simbolo le religioni del ciclo ariano hanno sempre adorato la natura e spesso la natura cieca e incosciente, con le sue manifestazioni violente e terribili.
Questo culto tendeva verso l'idolatria, la magia nera e favoriva la poligamia e la tirannia fondate sulle passioni popolari.
La lotta fra i Pandava, i figli del sole, e i Kurava, figli della luna è il riassunto prospettico della storia dell'India ariana prima che definitivamente fosse costituito il bramanesimo: lotta ricchissima di mischie feroci e di strane ed interminabili avventure, le quali nel momento epico si risolvono con la vittoria dei Kurava, i re della luna, mentre i nobili figli del sole, i custodi del rito puro, detronizzati e banditi, vanno errando in esilio, si celano nelle foreste e cercano rifugio fra gli anacoreti.
Così a tale momento pare che i neri, rappresentanti le potenze della tenebra, possano vincere i fulgidi Deva... ma l'India non ne sarà soffocata, poiché è appena l'inizio della sua evoluzione religiosa verso il bramanesimo.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

lunedì 8 aprile 2019

Il nuovo ruolo della donna, sacerdotessa del fuoco sacro


Il capolavoro di Rāma, lo strumento civilizzatore per eccellenza creato da lui, fu costituito dal nuovo compito che assegnò alla donna.
Fino a quel tempo l'uomo non aveva conosciuto la donna se non sotto una duplice forma; o quella di una miserabile schiava della sua capanna, che egli calpestava e  maltrattava brutalmente, o quella di una torva sacerdotessa della quercia e della roccia, dalla quale si attendeva favori e che contro la sua volontà lo dominava.
Maga affascinante e terribile, della quale egli temeva gli oracoli e dinanzi alla quale tremava la sua anima superstiziosa.
Il sacrificio umano era la rivincita, che la donna si prendeva sull'uomo quando poteva immergere il coltello nel cuore del suo selvaggio tiranno.
Ma Rāma, proscrivendo tale culto  spaventevole e risollevando da donna di fronte all'uomo nelle sue divine funzioni di sposa e di madre, ne fece la sacerdotessa del focolare, protettrice del fuoco sacro, uguale al marito e invocante con lui le anime venerate degli avi.
Avi non più evocati dalle sacerdotesse crudeli sulle aspre rocce grondanti di sangue umano, ma nella pace del focolare dai consorti uniti in una stessa preghiera, in uno stesso inno di adorazione ispirato dal fuoco purificatore.
Così quel visibile fuoco dell'altare, simbolo e veicolo dell'invisibile fuoco celeste, unirebbe la famiglia, il clan, la tribù e tutti i popoli, qual centri in terra del vivente Iddio.
Rāma, dicono i libri sacri dell'Oriente, era divenuto padrone dell'India e re spirituale della terra per virtù dell'energia del suo genio e della sua bontà, sicché sacerdoti, re e popoli si inchinavano davanti a lui come davanti ad un celeste benefattore e ciò perché sotto il simbolo dell'ariete si diffuse nei più lontani paesi quella legge ariana che proclamava l'uguaglianza fra vinti e vincitori, l'abolizione della schiavitù e dei sacrifici umani, il rispetto della donna nel focolare, il culto degli avi e l'istituzione del fuoco sacro, visibile simbolo del Dio innominato.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré